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Sullo stile e la rilevanza culturale dell’Epistola A Papa Adriano VI di Marco Marulić

Ruggero Cattaneo orcid id orcid.org/0000-0002-8475-8569 ; Liceo Classico "Cesare Beccaria", Milano


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Nella comunicazione quotidiana assistiamo oggi a un singolare rinnovamento del genere epistolografico, tutte le volte che scriviamo (digitiamo) e scambiamo messaggi di posta elettronica (e-mail) privati o ufficiali, o anche, a un più basso ma non meno vitale livello stilistico, messaggi SMS, che somigliano talora a mini-lettere, o più spesso a epigrammi. Sono le nuove, ma ormai onnipresenti forme della comunicazione elettronica, che danno spazio anche a una parola più intima e confidenziale, o persino emotivamente connotata, riattualizzando di fatto l’antica funzione della lettera come dono, espressione di familiarità (cfr. Pseudo-Demetrio, Sullo stile 224).
In questo contributo prendo in esame l’Epistola a Papa Adriano VI di Marco Marulić nell’ambito dell’epistolografia umanistica e all’interno del corpus maruliciano, nonché i suoi caratteri compositivi e stilistici, per cercare di valutarne l’importanza non solo come modo, ma anche come messaggio che scorre fra le righe, proponendo un confronto con passi tratti da discorsi/lettere contro i Turchi di Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), l’umanista italiano che il 19 agosto 1458, quando Marul era un bambino di otto anni, diventò papa.
2. 1. Al tempo di Marulić l’epistolografia umanistica aveva già una ricca tradizione, da quando Petrarca secondo il nuovo gusto aveva dato forma alle sue esemplari raccolte Familiares, Seniles e Sine nomine, aprendo così la strada a generazioni di umanisti, che fino al XVIII secolo seguiranno le sue orme, raccogliendo le proprie lettere latine, pubbliche o private, e diffondendole manoscritte, o in seguito a stampa, e sempre più nelle lingue nazionali, come opere letterarie. «Nel Quattrocento la rinnovata prassi epistolare, pur nel rapporto di ‘continuazione diretta’ con le artes dictaminis, ebbe la consapevolezza che il messaggio epistolare, conformato agli esempi antichi di Cicerone e di Plinio, potesse assurgere a strumento di diffusione del programma di studia humanitatis e ad espressione costitutiva della società culturale umanistica» (Griggio).

Così fecero molti seguaci del Petrarca, come Coluccio Salutati (1331-1406) e i suoi allievi Leonardo Bruni (1370-1444) e Poggio Bracciolini (1380-1459), parallelamente al graduale affinamento della lingua latina come strumento di una comunicazione linguistica stabile, a differenza delle lingue nazionali, considerate mutevoli, e alla comparsa di trattati epistolografici che fornivano regole ed esempi agli studenti di retorica, dal De compositione di Gasparino Barzizza (ca. 1360-1431) al Modus epistolandi di Francesco Nigro (1452-1523) e al De conscribendis epistolis di Erasmo da Rotterdam (1466-1536).
Nell’ambito del corpus letterario maruliciano l’Epistola a papa Adriano VI. tra i pochi testi epistolari in prosa è l’unico esempio di lettera di carattere pubblico.
Infatti, su un totale di 22 testi, 11 sono lettere private e 10 lettere dedicatorie premesse a opere letterarie, ivi compresa la lettera dedicatoria all’Epistola a papa Adriano. Per il fatto stesso di avere la dedica e l’epigramma finale come paratesti accompagnatori, l’Epistola si conferma come opera letteraria che merita autonoma valorizzazione. La ragione per cui all’interno dell’opus maruliciano essa non va a comporre, insieme ad altre unità dello stesso genere, una raccolta epistolare in prosa come quelle del Petrarca, di Erasmo o del Poliziano, è da ricercare probabilmente, da una parte, nella tipica indole riservata dello scrittore, non in-cline a esporsi troppo direttamente al pubblico, dall’altra nella situazione di insicurezza materiale della vita dei cittadini di Spalato (che appena fuori dalle mura sapevano di andare incontro alla cattura o alla morte), una situazione che con la sua fragilità e drammaticità toglieva evidentemente agli scritti letterari pubblici la concreta possibilità di circolare liberamente ed essere recepiti in un clima psicologicamente positivo.
Significativo in questo contesto è anche il fatto che Marulić dica di aver scritto l’Epistola su insistenza del predicatore domenicano, suo amico, Dominik Buća di Kotor, nella quale riconosce l’ispirazione di Dio, nonché dopo lunga esitazione e intima riflessione, come si legge sia nella dedica sia nell’esordio dell’Epistola. Ma una volta accettato il suo compito, Marulić lo svolge fino in fondo, condensando, si direbbe, in un’unica lettera ciò che le grandi raccolte epistolografiche umanistiche descrivevano e narravano in modo assai ampio, vario e dettagliato. La funzione della lettera rimane però la medesima, cioè quella di essere specchio, illustrazione letterariamente elaborata ma fedele dell’individualità umana e artistica dell’autore, come sottolineava lo Pseudo-Demetrio (Sullo stile 227: «La lettera, come il dialogo, deve dare la massima importanza all’espressione del carattere: infatti, ognuno scrive la lettera quasi come immagine della propria anima»), le cui osservazioni sulla composizione delle lettere erano state attentamente valorizzate dal geniale Angelo Poliziano, contemporaneo di Marulić, che indicava così la via per un nuovo sviluppo dell’epistolografia umanistico-rinascimentale, nel segno della docta varietas, che ben si applica anche all’approccio di Marulić.
Se con i lavori in versi croati (Judita, Tužen’je grada Jerozolima, Molitva suprotiva Turkom) Marulić incoraggiava i suoi connazionali, esprimeva chiaramente e rafforzava vieppiù il senso di comune appartenenza e la volontà di resistere, ora, nel 1522, all’età di settant’anni si rivolge al papa con questa lettera politico-morale, in un elegante latino umanistico, per lanciare all’Europa un appello in difesa della sua patria, per il conseguimento della preziosa concordia tra i cristiani, il definitivo allontanamento viribus unitis della minaccia dell’invasione ottomana mediante energici contrattacchi e il finale ristabilimento della pace in Europa, offrendo al contempo, ormai avanti con gli anni, una singolare summa delle esperienze vissute, come individuo e come corifeo del suo popolo, conformemente all’idea tipicamente umanistica di lettera come documento storico-biografico e testimonianza per il futuro, quale è ad esempio l’emblematica Epistola Posteritati del Petrarca.
2. Il testo dell’Epistola è stampato nell’originale come un continuum grafico che utilizza il punto ( . ) e la barra ( / ) per indicare le necessarie pause, lunghe o brevi: già questo rimanda all’articolazione ritmico-musicale del testo, la cui elaborazione retorica è espressamente notata nel colofone (epistola eloquentissima). Propongo dunque una divisione del testo in capitoli sulla base di tale ritmo, in modo tale che ogni «a capo» marchi l’inizio di una nuova unità ritmica e i «versi» così ottenuti siano raggruppati, formando i capitoli, in base ai connettivi testuali che segnano le varie tappe dello sviluppo dei pensieri e delle emozioni dell’autore (cfr. la suddivisione proposta, con relativa numerazione, nella versione originale del contributo).
Il testo risulta costruito simmetricamente: lo apre a mo’ di preludio una lettera accompagnatoria (la dedica a Dominik Buća) a un livello stilistico leggermente più basso (intimo) e lo chiude a mo’ di postludio un testo poetico (la preghiera epigrammatica a Cristo per papa Adriano in otto distici elegiaci) a un livello stilistico più elevato, mentre in mezzo si colloca il corpo dell’Epistola, in cui i tre capitoli introduttivi (1-3) corrispondono ai tre conclusivi (23-25) e i nove capitoli a tematica prevalentemente storico-politica e descrittivo-argomentativa (4-12) agli altrettanti capitoli a tematica prevalentemente didattico-morale ed etico-parenetica (14-22). In posizione centrale, il tredicesimo capitolo emerge chiaramente quale apice espressivo dell’intero sistema testuale, il cui spazio si allarga sia all’indietro, con la serie delle interrogative retoriche di intensità crescente nel capitolo precedente, sia in avanti, con il riassuntivo appello alla cessazione delle guerre fra cristiani che dovrebbe fondarsi sull’unità di fede nel capitolo successivo.
La salutatio è drasticamente semplificata e consiste nella sola inscriptio, in cui l’inversione alicui aliquis (al posto del più standard aliquis alicui) avviene in ossequio al destinatario, e già nel secondo capitolo balena l’exemplum neo-testamentario della Samaritana che non ebbe timore di rivolgersi umilmente a Cristo. Con questo esempio evangelico in posizione iniziale l’autore è come se volesse subito stabilire col lettore/destinatario un rapporto confidenziale, creando l’atmosfera calda e familiare tanto raccomandata dagli umanisti. Ad essa contribuisce anche la leggera, quasi colloquiale formula di passaggio atque ita mecum ipse tacitus ratiocinari coepi (2,4), in contrasto col ritmo lento e solenne dell’apertura della lettera (con il parallelismo vel exiguae admodum / vel nullius omnino 1,1-2), regolando così la comunicazione su una misura intermedia, equilibrata, dal momento che subito dopo l’eloquio si eleva nuovamente fino alle eleganti figure conclusive di omoteleuto e omeoarcto (veluti praesenti atque audienti / exponimus et explicamus 2,8).
La critica ha osservato che Marulić si rivolge al papa in modo piuttosto libero, scevro da lodi superflue, immediato. Si trattava infatti di un papa olandese, allergico a eleganze e lusinghe, di un temperamento nordico, severo e riservato, educato nella terra natia nello spirito della devotio moderna dai Fratelli della Vita Comune. Con la sua elezione «era compiuto il voto ardente del mondo cristiano, espresso tante volte dai migliori, d’avere un papa pio, dotto e santo. [...] Ora era chiamato sulla cattedra di Pietro uno totalmente fuori dalla politica italiana, il quale nulla più aveva a cuore che la difesa della cristianità e lo stabilimento della decaduta disciplina ecclesiastica. [...] La schietta semplicità propria della persona di Adriano e la sua rigidità ascetica formavano in confronto con Leone X un contrasto tale, che non se ne poteva immaginare uno più forte» (Pastor). Il fatto che, una volta divenuto papa, contrariamente all’usanza consolidatasi ormai da mezzo millennio, non mutò il suo nome, firmandosi sempre Adriano, era chiaro segno del fatto ch’egli volesse continuare ad essere se stesso. S’inimicò gli italiani non amando vacuità e cortigianerie, paganesimo e frivolezze, tanto che una volta disse con disprezzo che le lettere del cardinale Sadoleto erano opera di un poeta, cosa che i contemporanei presero come un beffeggiare la eloquenza. Che impressione gli fece allora l’epistola eloquentissima di Marulić? Lo infastidì l’aggiunta poetica? Era però questa una preghiera a Cristo, nella quale la menzione stessa del «selvaggio» dio pagano Marte simboleggiava (come in Krleža) l’universale tragedia della guerra. Ritengo peraltro che si possa affermare che l’eloquenza di Marulić nell’Epistola è sempre ben dosata, allo scopo di mettere in adeguato rilievo i temi scottanti dell’attualità politica e i grandi valori morali, universali. Pastor nota che l’Epistola di Marulić «con vive parole» rappresentava al papa il pericolo da parte degli infedeli. Adriano era in effetti sensibile alle eleganze della lingua latina, l’unica, del resto, di cui si servisse come pontefice, e il fatto che non parlasse italiano gli alienava ancor più gli italiani, che in lui vedevano uno straniero, un barbaro venuto dal nord a metter tutto a soqquadro.
Nella prima parte dell’Epistola Marulić illustra anzitutto (capp. 4-7) le tragiche conseguenze dell’avanzata turca, tanto per la sua terra, che sanguina per le ininterrotte incursioni e devastazioni, quanto per l’intera regione, esposta alla loro marcata aggressività anticristiana, facendo anche brevemente memoria della perdita di numerosi territori per sottolineare le continuità e pervicacia dei loro intenti (rafforzatasi con la presa di Costantinopoli, che aveva in certa misura risvegliato l’Europa). Nella descrizione dei «mali che ci opprimono» (4,1) prevale la paratassi per asindeto, che con la sua efficacia visiva presenta la sconvolgente situazione. Riguardo ai «suoi dominatori (domini) Veneti» (5,2) lo scrittore ricorda la pace d’interesse stipulata coi Turchi, che non è vera pace, ma solo simulatio, una finzione per evitare mali maggiori. Conclude poi il quadro delle violenze sui cristiani con un commento riassuntivo in cui si lancia in un’acrobazia stilistica: Denique nihil praetermittere | impii pium putant | quod religioni nostrae ludibrio fore arbitrantur (gioco sonoro pii – piu – pu, figura etimologica impii – pium, proposizione principale al centro, che allontana la relativa introdotta da quod dall’antecendente nihil).
Rimarca quindi (8) il commune periculum che incombe sulle terre cristiane, vicine o lontane, e l’importanza strategica del regno di Pannonia che si oppone al forte e motivato esercito turco. Qui (9-10) al tono narrativo-descrittivo subentra quello deliberativo-argomentativo: in tali circostanze, per scongiurare la caduta di quel regno (che segnerebbe la fine per tutti: actum est, mihi crede, de repub-lica christiana 9,2), urge l’intervento delle forze cristiane unite in quell’area. I recenti fatti militari sono brevemente presentati in un asciutto stile storico-narrativo, in contrasto con l’emotività (Deus hoc avertat! 9,8) e il ritmo accelerato del primo appello a una decisa e concorde azione militare in difesa del cristianesimo: questa idea-guida, lapidariamente incisa in forma di sentenza all’inizio del cap. 10 (Com-mune periculum communibus armis propulsandum est), viene espressa, da qui fino alla fine del testo, dal registro dimostrativo e da quello emotivo (esortazione o protesta), che si alternano in una serie di variazioni.
Marulić sapeva che l’ostacolo maggiore alla realizzazione di tale progetto, la più grossa pietra d’inciampo che causava un’azione lenta e indecisa, fiacca e discontinua, oscillante o nulla, era la situazione dell’Europa cristiana, caratterizzata dalla cronica mancanza della volontà politica di trovare una soluzione efficace, condivisa e durevole del problema turco e tutta presa dalle sue «discordie, rivalità, ire, liti, guerre» (discordiae, simultates, irae, rixae, bella 20,3). Ciò era risultato evidente fin da quando il problema si era posto in modo serio in seguito alla caduta di Costantinopoli, evento che per i contemporanei di autentica formazione umanistica era stato un vero e proprio trauma. I potenti del tempo avevano abbandonato la città al suo destino, senza intromettersi negli avvenimenti quando ancora potevano impegnarsi militarmente per un esito diverso della vicenda. E il risultato fu che all’epoca di Marulić la situazione della penisola balcanica rivelava ancora grosso modo la stessa instabilità di un’ottantina d’anni prima, quando al concilio di Mantova indetto da papa Pio II per esortare i re e principi cristiani alla pace e alla spedizione contro i Turchi, il 18 settembre 1459 l’umanista Francesco Filelfo, nel suo discorso pronunciato a nome del duca di Milano Francesco Sforza, sottolineava, come Marulić, l’aggressiva politica del sultano e la necessità di aiutare gli Ungheresi. L’esclamazione che il regno di Pannonia non deve assolutamente cadere (hoc omen Deus avertat!) e le rivolte interne con cui gli Ungheresi continuano a scannarsi tra loro (intestinis seditionibus assidue digladiantur) mostrano interessanti consonanze con Marulić (Deus hoc avertat! 9,8; nequaquam inter se, sed cum solo illo digladiarentur atque certarent 11,2-3). Marulić conosceva questo testo? In ogni caso, parlando degli Ungheresi, Filelfo introduce il tema della discordia cristiana, sulla quale Marulić si concentrerà da qui in avanti, rivolgendosi anche lui ai cristiani con l’imperativo.
Infatti, nei capp. 11 e 12, che conducono all’apice espressivo ed emotivo esattamente al centro del testo, l’autore passa a considerare la situazione di fatto: davanti al pericolo turco l’Europa cristiana offre un tristissimo spettacolo di sanguinose, estenuanti guerre di un regno contro l’altro. Lo iato tra la logica reazione difensivo-strategica che sarebbe necessaria per risolvere la crisi e la realtà fattuale, concreta era enorme, doloroso. Perciò, dopo i versi del Bellum civile di Lucano citati a rinforzo, la tensione emotiva continua a crescere, introducendo anche nuovi, forti motivi religiosi, come l’ira di Dio e le vittorie turche come punizioni dei crimini cristiani e l’enorme ingiustizia dello spargimento del sangue di coloro per la cui salvezza Gesù morì sulla croce. Il climax raggiunge il suo apice nel cap. 13, dove l’autore si rivolge direttamente ai cristiani con un’apostrofe che culmina nel grido di protesta Resipiscite tandem, resipiscite insipientes! (13,1).
Poi, dopo un abbassamento di tensione a vantaggio del tono esplicativo (Nam... 13,6) e un rallentamento del ritmo con le figure del chiasmo e dell’iperbato che sigillano il capitolo (legi suae seruire coget, suae obtemperare impietati 13,10), all’improvviso e a tempo accelerato si leva di nuovo lo scongiuro: Desinite iam tandem, Christiani, aduersus Christianos bella gerere! Desinite caedibus inter uos desaeuire! (14,1-2). La profonda sfiducia nella possibilità di organizzare una spedizione a causa degli odi e delle divisioni tra i cristiani si ritrova apertis verbis in Enea Silvio Piccolomini, dunque proprio in colui che come papa era stato il più attivo ed entusiastico promotore della crociata.
La seconda parte dell’Epistola, quella morale, parte proprio dalla disperazione che deriva inevitabilmente dall’esame della concreta realtà politica, in quanto, dice l’autore, i cristiani hanno perduto la fratellanza e l’umanità e i loro cuori sono lontani l’uno dall’altro, ed è questo il motivo per cui scoppiano i conflitti: fraternitatis, immo etiam humanitatis obliti, discordibus animis inuicem confligitis (14,6-7). È gravemente sconvolto il sistema dei valori: è questo che soprattutto colpisce, turba e induce a riflettere Marulić come credente e umanista, autore di svariate opere a carattere morale divenute famose in tutta Europa come l’Institutio
o l’Evangelistarium. La supplica al papa, che occupa l’intera seconda metà del testo, potrà dunque essere intesa come tentativo di riaffermare i valori perduti, racchiusi nel concetto di sapientia (marcato dalla figura etimologica Resipiscite, insipientes!), nel modo proprio alla sua sensibilità, cioè con l’illustrazione per mezzo di esempi, e sotto la guida della massima autorità morale, quella del successore di Pietro, al quale Marulić più direttamente si rivolge in questa seconda parte (Pater sancte 16, 2). Lo conferma la formula riassuntiva finale nella conclusione, dove egli fa appello proprio alla sapienza e dignità del papa: tuae sapientiae est, Patre sacrosancte, tuaeque dignitatis prospicere ut... (23,3-4).
La sapientia umanistica è il concetto chiave per comprendere la serie di esempi che l’autore dissemina in questa seconda parte dell’Epistola a sostegno dell’ideale riaffermazione di tre valori principali: concordia, pace e fratellanza. In tale orizzonte, spirituale e culturale-letterario insieme, il cui iniziatore era stato il Petrarca, sapientia rimanda a uno stile di vita e di cultura e a una visione del mondo che nascono dall’armonico accoglimento della Rivelazione divina, prima di Cristo (Antico Testamento) e in Cristo (Nuovo Testamento), da una parte, e della tradizione, popolare e letteraria (e quindi anche retorico-filosofica), dell’antichità classica, dall’altra. Qui gli esempi di Marulić vanno come a comporre proprio questo insieme, essendo desunti sia dalla Bibbia (Re Davide nel cap. 17, Gesù nei capp. 19 e 21), sia dal patrimonio classico, popolare (favola di Esopo nel cap. 18) e letterario (aneddoto di Plutarco, il cui nucleo didattico-morale e narrativo deriva anch’esso da Esopo, e sentenza di Sallustio nel cap. 22).
Nel caso dell’aneddoto di Plutarco è interessante confrontare la rielaborazione di Marulić (eseguita con tutta probabilità per il tramite di contemporanee versioni latine) con il doppio originale (Reg. et imp. apoph. 174F e De garr. 511C) e con la traduzione di Francesco Filelfo (condotta sugli Apoph.). L’adattamento di Marulić si differenzia in larga misura dalla classica traduzione, com’è quella del Filelfo, ad esempio per l’uso del discorso diretto, l’omissione di ciò che non gli serve (il fatto che Sciluro ammaestrasse così i suoi figli in punto di morte) e l’aggiunta di ciò che invece gli serve (quibus convocatis per marcare il concetto di comunione davanti all’autorità del padre), o con l’espansione di una singola parola chiave (l’idea di debolezza, che in entrambi gli originali era espressa dal semplice aggettivo AσθενεÇς / Aσθεν[ς, è ampliata in omnium offensis uos ipsos exponetis).
Per quel che riguarda gli esempi biblici, l’influsso dell’Institutio è manifesta sia nella generale intonazione didattico-morale, sia nel fatto che l’autore si appoggia con tutta evidenza a parti del capitolo De pace colenda (III, 6), riutilizzando fra l’altro la citazione evangelica sulla caduta dei regni discordi e quella di Sallustio. È significativo che nell’Institutio Marulić abbia messo prima la citazione pagana (mascherando la fonte con l’indefinito quidam) e dopo quella evangelica, mentre nell’Epistola è il contrario, così che dopo la «voce della Verità» la citazione di Sallustio è annunciata con le parole si quis Euangelio minus credulus dubitat («Se qualcuno dubita che sarà così perché crede meno al Vangelo» 22,1): come per allargare con tale inserto (nel rivolgersi a un papa!) lo spazio del vero destinatario a dimensioni universali, all’intera umanità, coerentemente con i principi dell’umanesimo. Mi piace pensare che col successivo esempio di Sciluro Marulić abbia voluto in modo particolare includere anche i Turchi nel suo sogno di pace, fratellanza e concordia, riferendosi a loro indirettamente, a voce sommessa. Di Sciluro infatti si dice soltanto che era pagano come Sallustio (alium quoque ethnicum 22,4), ma si tace che era un re, e re degli Sciti. Tuttavia l’accorto lettore umanistico poteva saperlo, o giungere a saperlo per via intertestuale (cfr. 511C: ë Σκυθeν βασιλε:ς). Una parte degli scrittori contemporanei, tra cui il Piccolomini e il Filelfo, per mettere più facilmente in evidenza la loro barbarie affermavano che i Turchi erano originari della Scizia (mentre altri, come per esempio Gian Maria Filelfo, figlio di Francesco, nel poema Amyris che esalta la figura e le imprese di Maometto II, con atteggiamento marcatamente filoturco li chiamavano persino Teucri, considerandoli discendenti di Enea!). Allusione appena velata ai Turchi come potenziali attori/collaboratori nella rigenerazione morale dell’umanità?
3. I timori di Marulić si sarebbero presto avverati in modo brutale, dapprima con la perdita dell’isola di Rodi, strategicamente importante, nel dicembre dello stesso 1522, quindi con la vittoria di Sulejman a Mohács in Ungheria nel 1526, due anni dopo la morte dello scrittore, e poi con l’assedio di Vienna nel 1529 (che i Turchi ritenteranno un secolo e mezzo dopo, nel 1683), mentre nel 1527 le orde cristiane (luterane) dei Lanzichenecchi tedeschi, mandati dall’imperatore Carlo V, saccheggeranno in modo disumano la stessa città di Roma. Il tema drammatico, nero, della colpa dell’Europa medesima per tali avvenimenti, in quanto la distrugge il dissidio interno, e Dio per questo la punisce favorendo gli infedeli, è presente nell’Epistola e aveva ispirato la più ampia meditazione del Piccolomini/Pio II, che sente persino di stare vivendo a cavallo di due epoche, in un tempo in cui sta incominciando un’epoca nuova, quella dei Turchi, perché, dice, «giusta è l’ira di Dio, abbiamo abusato del potere, e da re diveniamo servi» (Lettera a Benvoglienti del 25 settembre 1453). Nell’Epistola inoltre i Turchi sono detti immanes infidaeque bestiae (7,4), infideles lupi (24,10), mentre nella poesia finale hiantes / lupi (5-6) che il papa deve tenere lontano dai recinti (caulae) delle greggi a lui affidate; il loro capo è insatiabilis lupus (8,3), lupus luporum omnium rapacissimus (23,6): un simile repertorio di immagini si ritrova nella Bolla sulla spedizione contro i Turchi di Pio II del 1463. In particolare, l’aggettivo insatiabilis lo incontriamo nella Bolla proprio quando è menzionata la morte del re di Bosnia per mano di Maometto.
Il confronto con questa peculiare figura di papa-umanista può continuare considerando in particolare due discorsi che sono entrati nel vasto corpus delle sue lettere e appartengono al medesimo genere degli antiturcica. Si tratta del discorso sulla caduta di Costantinopoli del 1453 e di quello tenuto come Pio II alla dieta di Mantova nel 1459, entrambi sulla necessità di unire i Cristiani per la guerra contro i Turchi, per recuperare ciò che è stato strappato e allontanare i pericoli incombenti. Alcuni loci paralleli mostrano interessanti corrispondenze testuali: l’inevitabilità del successo dei Turchi se essi si scontreranno con popoli singoli, separatamente; la favola del topo e della rana come esempio di discordia fatale, abbreviata con effetto di sentenza; l’indignazione per le guerre civili cristiane; la necessità che i cristiani si riconcilino, così che Dio possa placarsi e avere misericordia di loro, donando la vittoria sul nemico; e infine una formula del Piccolomini (siquis Euangelio non credit) molto simile a quella già citata di Marulić che introduce la voce degli autori pagani. È interessante notare come in ognuno dei due discorsi sia menzionata l’eroina veterotestamentaria Giuditta come figura esemplare che incarna la fede e la speranza nella potenza liberatrice e vittoriosa di Dio: che la lettura di questo genere di testi abbia in qualche modo ispirato / confermato lo scrittore spalatino nella scelta del tema del suo capolavoro poetico?
L’approccio comparativo è qui oltremodo istruttivo e stimolante, trattandosi di due umanisti per i quali la parola non è mai abbellimento, e che non guardano al problema turco dal di fuori: Marulić per la diretta, personale esperienza sul campo, il Piccolomini, ovvero papa Pio II, per il suo temperamento straordinariamente forte, realistico e al contempo «visionario» e per la passione con cui lottò per la causa anche contro corrente. Quando, infatti, verso la fine della vita volle partecipare personalmente alla spedizione da lui stesso promossa, praticamente nessuno in Europa lo seguì, così che il giorno dell’Assunzione di Maria del 1464, stremato dalla malattia, morì solo ad Ancona, da dove la flotta cristiana doveva partire, e non partì. È possibile dunque supporre che nella dedica a Dominik Buća Marulić alluda proprio a casi come il suo quando dice che si tratta di «tentativi che altri in passato avevano fatto diverse volte, ma erano andati a vuoto» (2,10). Inoltre, l’enigmatica, ampia Epistola ad Mahumetem del Piccolomini, con la quale da papa si rivolge direttamente al Sultano (non sappiamo se essa venne effettivamente inviata al destinatario, ma è rimasta un’opera di prim’ordine della letteratura umanistica europea, singolare manifesto del pensiero umanistico, nonché nota di protesta indirizzata ai potenti d’Europa) potrebbe essere affiancata a quella di Marulić non solo per l’affinità del genere letterario, ma anzitutto per lo slancio etico, la tensione ideale e l’incrollabile tenacia con cui l’umanesimo mediante la sua raffinatezza stilistica proclama il suo messaggio come qualcosa di valido in sé, che merita di essere promosso e sostenuto a prescindere dalle aspettative. Il papa tuttavia «non osa a caso. Il progetto – una conversione seguita da colpo di stato – è del visionario; ma chi lo prende subito in consegna è il realista, il quale lo passa al vaglio di quanta conoscenza dell’uomo gli viene dall’Umanesimo» (Toffanin). La «clausola madre» si nobiscum sapiens Christum colas esprime il fondamentale, umanistico appello alla sapienza in Cristo, lo stesso che abbiamo trovato al cuore dell’Epistola di Marulić (capp. 13-14).
Ritengo che quanto fin qui esposto ci fornisca qualche indizio per affermare che possiamo leggere l’Epistola come testimonianza della consapevolezza di sé della cultura umanistica croata, che con la qualità stessa dell’espressione letteraria trasmette un’intenzione comunicativa di primaria importanza, marcando l’apporto croato alla res publica litterarum. A nome del suo popolo Marulić indirizza all’Europa, pubblicamente e a voce alta, una parola che inorridisce davanti al sangue fraterno e avverte che così non va, che il pericolo minaccia tutti. È una parola che non chiede nulla in cambio, che in quanto pura e ferma supplica agli uomini e al cielo desidera unicamente essere pronunciata. Nella conclusione l’autore dice al papa che aggiungerà ancora qualche parola «non per esortare te, che confido essere pronto a ogni cosa, ma per ottemperare al mio desiderio, per il quale brucio» (24,3-4). Così nel finale, col passaggio al futuro e la focalizzazzione sull’idea di gloria, la realtà croata, messa a dura prova (Croatiae quae adhuc supersunt oppida / Liburniaeque dynastae omnes arciumque prefecti 25,2-3), ha come una trasfigurazione metafisica: illuminandosi dal di dentro, rivela il vero fondamento dello sperare e del perseverare cristiano sulla terra.

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23917

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22.4.2008.

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