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https://doi.org/10.31823/d.32.4.7

Football as a Competitive, Combative Game and a Symbol of Life – from the Perspective of Bernhard Welte

Suzana Maslać orcid id orcid.org/0009-0001-7187-6531 ; Katolički bogoslovni fakultet u Đakovu Sveučilišta J. J. Strossmayera u Osijeku, Đakovo, Hrvatska
Ivan Zubac ; Katolički bogoslovni fakultet u Đakovu Sveučilišta J. J. Strossmayera u Osijeku, Đakovo, Hrvatska


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str. 693-712

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The paper presents an overview of competitive games, particularly football(soccer), according to the interpretation of Bernhard Welte, as an expression of deeper archetypal patterns of human behavior and a symbol of life. The aim was to show that these games are not just entertainment, but also reflect human nature through elements such as passion, effort, togetherness, and struggle. They symbolize universal experiences and conflicts that people face every day. For many, football represents more than just a sport; it symbolizes the struggle to find meaning, justice, and achieve goals. Its popularity connects people around the world through shared emotions and passions, creating a collective experience that transcends individual lives. Games like football allow people to experience conflicts and challenges as part of their own life journey. It has been demonstrated that the archetypal and mythological nature of games enables viewers to recognize the symbolism of their own lives in competitive conflicts, making them extremely attractive and fascinating to millions of people worldwide.

Ključne riječi

Bernhard Welte; football; world championship; competition; struggle; symbol of life

Hrčak ID:

327867

URI

https://hrcak.srce.hr/327867

Datum izdavanja:

12.2.2025.

Podaci na drugim jezicima: talijanski hrvatski

Posjeta: 942 *




Il ruolo di calcio come un gioco competitivo, bellicoso e come un simbolo della vita – il punto di vista di Bernhard Welte

Suzana Maslać* – Ivan Zubac**

• https://doi.org/10.31823/d.32.4.7 • UDK: 2-1:796.01Welte, B. • Preliminary Communication Received: 29th July 2024 • Accepted: 30th October 2024

Sommario: In questo lavoro proponiamo una rappresentazione del gioco competitivo, in particolare del calcio, secondo l’interpretazione di Bernhard Welte, come espressione dei più profondi schemi archetipici del comportamento umano e simbolo della vita. Si scoprirà che questi giochi non sono solo divertimento, ma riflettono la natura umana attraverso elementi come la passione, lo sforzo, la collaborazione e la lotta. Simboleggiano le esperienze universali e i conflitti che le persone affrontano ogni giorno. Per molti il calcio rappresenta più di uno sport, anzi simboleggia la lotta per il senso, la giustizia e la realizzazione di obiettivi. La sua popolarità connette le persone in tutto il mondo attraverso emozioni e passioni condivise, creando un’esperienza collettiva che va oltre le singole vite. Giochi come il calcio permettono alle persone di affrontare conflitti e sfide come parte del proprio percorso di vita. Il carattere archetipico e mitologico dei giochi consente agli spettatori di riconoscere la simbologia della propria vita in questi scontri sportivi, rendendoli estremamente attraenti e affascinanti per milioni di persone in tutto il mondo.

Parole chiavi: Bernhard Welte; calcio; conflitto; competizione; lotta; avversari.

Introduzione

Riflettere sulla cosiddetta ‘più importante secondaria cosa del mondo, il calcio, ci porta attraverso Bernhard Welte a una definizione che potrebbe anche definirsi come teologica. In quest’articolo, con il pensamento teologico di Welte, offriremo anche alcune riflessioni teologiche del calcio, dagli autori importanti, ma anche definizioni che coinvolgono lo sport e calcio e che si trovano nei documenti pontefici o nei lavori della provenienza ecclesiastica. Alla fine, metteremo anche un rilievo speciale sull’importanza mediatica del gioco e di radici della sua popolarità nel mondo contemporaneo del 21° secolo. Questo contributo e un piccolo memento per il torneo che in giugno e luglio di 2024 si stavano svolgendo in Germania (Campionato Europeo di calcio), dimostrando di nuovo agli occhi del pubblico Europeo l’importanza, la passione e la eredita che questo gioco di calcio ha per la società europea contemporanea, come un’attività che la lasciato un impronto specifico e profondo nella memoria collettiva europea. In questo senso, il calcio ha assunto, come Welte scrisse, una dimensione escatologica1, come lo sport e una delle attività più importanti, più viste, più visitate e più ricordate nella memoria collettiva del mondo.

Scoprire le tracce del divino nell’uomo fu il dono e la forza motrice del pensiero di Bernhard Welte (1906-1983). Attentamente e sensibilmente ha esplorato le possibilità di un ‘nuovo umanesimo’, ponendo speciali enfasi nelle catastrofi e nei cambiamenti del XX secolo. In modo particolarmente affascinante, è riuscito a mostrare la dimensione e la forza ispiratrice del sacro nelle forme della creatività culturale e nell’attività creativa dell’educazione. Una serie di preziose discussioni su vari argomenti, come le sue riflessioni sull’idea di un’educazione umana basata sullo spirito cristiano o sull’intelligenza scientifica, la saggezza della vita e la fede, ci permette ancora oggi di avere l’esperienza del suo ragionamento chiaro, convincente e della sua forza di parola oggi. La collaborazione tra Bernhard Welte, professore di filosofia all’Università di Friburgo, e le università in Argentina e in Cile risale agli anni del dopoguerra, quando avvennero la riorganizzazione dell’Università di Friburgo e la fondazione del gruppo di lavoro di professori tedeschi di teologia dogmatica e fondamentale. Insieme con il suo alluno Peter Hünermann ha fondato (nel 1968), Stipendienwerk Lateinamerika-Deutschland, associazione per la sviluppo degli scambi scientifici tra l’America Latina (Argentina, Cile, Perù, Messico) e la Germania nei campi della teologia, della filosofia, della pedagogia e delle scienze sociali2.

1. La visione antropologica del calcio come gioco competitivo e di combattimento

L’antropologia del gioco di calcio stesso è ripresa dagli alcuni autori cristiani sin dall’inizio del ventesimo secolo, quando ormai il calcio diventa un fenomeno globale3. Come ha scritto Gedda4, lo scrittore cattolico nell’inizio del secolo scorso, il calcio non era mai solo una gara sportiva, ma aveva anche molti altri elementi. Io cuore di spettatori, le passioni, i tifosi che non solo guardavano le partite, ma chi nel processo del seguire il calcio hanno, infatti, trovato un modo di sostituire alcuni rituali sociali prima visti di essere regolari, come la messa di Domenica o pranzo dove si radunava tutta la famiglia. Dobbiamo dire anche che si vedevano anche molti vantaggi, come la cultura fisica, lo stile di vita sano, e una crescita psicologica molto importante, nel senso di essere un tipo di preparazione per gli sforzi della vita. Molte cose presenti nel calcio sono state in linea con alcuni concetti presenti nella teologia cristiana del tempo: la tradizione paolina ad esempio, dove il corpo e il tempio dello Spirito Santo. La doppia preparazione di sport, in corpo e nell’anima, andava in fila con il concetto cristiano dell’educazione integrale delle persone. Questi aspetti psicologici hanno trovato nel calcio una certa specie di apice, nel senso che si sono trovati proprio nella nascita del mondo del capitalismo globale. In tutto il mondo cattolico5, i paragoni e parallelismi tra concetti cristiani e conclusioni della psicologia, sono diventati molto conosciuti e possiamo affermare stabiliti, nel senso che sono in vigore anche oggi. La dimensione della psicologia nello sport può essere applicata anche nel senso di superare le sfide per arrivare a un successo finale. Paura, angoscia, anticipazione, sono gli ostacoli che la preparazione psicologica ben fatta può eventualmente oltrepassare.

Già dal tempo esistono alcune riflessioni teologiche che volevano, in un cero senso, arrivare a una vera teologia dello sport, o più precisamente, di dare i possibili fondamenti teologici. Esiste il ragionamento che la teologia dello sport può essere, bassata sulla nozione che si tratta di una cosa non fondamentalmente necessaria, ma allo stesso tempo una che molto senso di farla6. Si accennava che la Chiesa, per un certo periodo del tempo, anche ha messo una certa opposizione a riguardo dello sport, rendendolo come un’attività ludica. Pero, nel corso degli anni questa concezione fu cambiata, perché alla fine, lo sport sta in linea con la concezione paoliniana di fare del suo corpo il tempio dello Spirito Santo. Si vedeva che le regole nello sport ai riti che fano la sua parte basilare, hanno tanti punti communi con la concezione dell’importanza di riti per il sostenimento di liturgia e il suo ruolo della vita del popolo cristiano. La teologia cattolica per quanto riguarda lo sport e un fenomeno connesso puramente in ventesimo secolo. Prima di tutto, si cercava di dare i più importanti spunti dell’utilità di sport come l’attività umana, e poi di elaborare alcuni punti cospicui.

In un Atto del Convegno, a cura di De Panfilis7, leggiamo che tante virtù che i sportivi hanno, come la lealtà, coraggio, generosità, fede, padronanza del suo corpo ed emozioni, possono essere visti come una vera fratellanza, una cosa vicina con lo spirito cristiano. Si è reso conto che lo sport e uno medio che ha il potenziale di rappresentare la vita stessa, in senso di poter sviluppare il sentimento dell’unita e fratellanza di tutti gli uomini. Alla fine, gli eventi sportivi sono sempre stati gli avvenimenti quali hanno radunato centinaia di uomini, provenienti dalle varie nazioni, in un posto (duranti diversi tornei e campionati). In questa dimensione lo sport sempre esisteva un grande raduno, ripetendo l’idea della communio cristiana. Il contributo dell’arcivescovo Ryan ha rilevato il legame tra lo sport e la religione, il valore dell’allenamento e la responsabilità per se stesso e per gli altri che esige da questo, e ha lodato un grande merito che lo sport ha per i communita locali, attraverso il mondo, mettendo in luce il suo veste integrativo sul livello sociale.

Nei primi del secolo presente, si può costatare che abbiamo alla disposizione alcuni lavori che ci parlano dell’insegnamento su questa problematica. Alcuni autori, nelle pubblicazioni della Santa Sede8, ci hanno fatto vedere come la Chiesa ha visto questo fenomeno. Nel contributo del Mons. Carlo Mazza, membro del Pontificio Consiglio per i laici, si può leggere alcuni spunti del magistero pontificio durante il secolo scorso, dove le gare sportive furono definite di essere i spunti noti nel campo dell’educazione, pratica religiosa e della moralità. Prof. McNamee ha posto l’accento, tra l’altro, come la formazione dell’abitudine, che in sport si possono raggiungere attraverso l’allenamento regolare, possono contribuire a una formazione finale delle virtù, cosi vicini ai concetti cristiani dello sviluppo di una persona integrale. Prof. Saint Sing, ha scritto la descrizione, anche basata sulla sua esperienza personale (ha subito le ferite gravi in sua carriera professionale in canottaggio) che il gioco/la gara/la competizione è un’attività connaturale all’uomo, come una creatura voluta da Dio. Quando si gioca, si cerca la gioia, e Dio è l’essenza della gioia. Prof. Costantini scrisse sul ruolo fondamentale dello sport nel campo sociale, dove esso agisce come uno strumento coesivo della fabbrica sociale, avendo in tal modo alcuni principi fondamentali: l’intenzionalità educativa, un progetto didattico sul livello generale, uno strumento nella formazione degli educatori (allenatori, istruttori, dirigenti sportivi, etc.) e come un’esperienza associativa (società sportiva, gruppo sportivo, club, etc.). Cinque principi pedagogici sono stati riconosciuti nelle attività sportive: accogliere, orientare, allenare, accompagnare e dare speranza. Mons. Clemens, Segretario del Pontificio Consiglio per i laici, faceva notare che le parole e encicliche di diversi Papi hanno visto in sport uno strumento fondamentale nella formazione della gioventù, perché lo sport ha a capacita di promuovere alcune idee che possono essere identificate come etiche, nel senso che la sua moralità infatti si trova molto vicina al messaggio cristiano. Come un punto di non evitare, possiamo servirci dei documenti scritti dai pontefici stessi9, cominciando con il Pio XI, il Papa dell’Azione Cattolica10, chi nel suo massaggio in 1928 ha scritto che il corpo si può vedere in prospettiva cristiana come nobilissimo strumento dell’anima, agilità e solida grazia.

Paolo VI. in 1968, ha rivolto il messaggio al congresso di UEFA11, dove metteva speciale importanza sul fair play, come l’epitome dell’integrità, onesta e la virtù che non deve scomparire ma dai campi sportivi. Negli inizi del suo pontificato, Giovanni Paolo II, nel maggio di 1979, in messaggio rivolto ai calciatori italiani e argentini, ha chiaramente scritto che i valori sportivi possono essere visti come punti fermi della concezione cristiana dell’uomo. In messaggio rivolto al club Barcellona in 1987, Papa ha scritto che loda quest’associazione per rendere possibile la formazione integrale di suoi membri, dandoli assistenza religiosa e attenzione spirituale, tutto in armonia con gli orientamenti della Chiesa e pastore diocesano. Nel messaggio rivolto ai dirigenti della FIFA12, fatto in dicembre 1989 (prima di Mondiali in Italia in estate di 1990), Papa ha posto l’accento che i principi dello sport sono in armonia con la fede, in senso che possono contribuire alla fratellanza tra di uomini, chiamati a condurre una vita libera e piena di giustizia.

Inoltre, bisogna certamente parlare delle regole e dell’ordinamento del calcio stesso, perché il gioco deve sempre essere regolato da alcune regole per essere un gioco puro e autentico. Il cambiamento di cui ci stiamo riferendo tratta soprattutto l’impatto che media ha fatto sullo sport in generale, includendo calcio. In questo punto bisogna anche fermarsi un po’ sull’aspetto economico, mediatico e sociale del calcio, perché permea tutto il mondo nei primi decenni di questo secolo. Ci sono alcuni tentativi di definire lo sport come una parte integrale del processo della ‘civilizzazione’ all’interno della modernità, da quale la regolazione di diversi giochi viene da un bisogno di diminuire i confronti violenti. Lo sport, poco a poco, è diventato un settore dell’economia, con suoi agenti, mercato di lavoro, le persone celebri, etc.13 Lo sport oggi è anche uno degli strumenti nei conflitti ideologici tra le diverse nazioni (specialmente guardando la storio di giochi Olimpici moderni), con uno speciale ruolo del calcio, dove esso può anche significare un processo della costruzione di una nazione, come nel caso di Croazia14. Sul livello sociale lo sport ha avuto alcuni impatti che rimangano in vigore fino ai giorni nostri. Quelli importanti per menzionare sono l’importanza della cultura fisica in mondo contemporaneo (nel senso che una stravolgente maggioranza di posti di lavoro sono quelli di ufficio) e uno sviluppo di un certo metalinguaggio associato con lo sport. Le frasi, gli immagini il mondo mediatico (giornali, TV, internet) hanno reso possibile che le parole e le metafore associate con lo sport entrano in vita e costumi quotidiani, come politica ed economia.

L’analisi del significato che lo calcio ha nel mondo contemporaneo, deve oltrepassare la sola indagine del mondo mediatico. Anzi, essa include pure alcune questioni della sociologia dello sport, i studi comparativi della cultura, e il ruolo di media della cultura della società di consumo. Infatti, il calcio è uno spettacolo di massa, che con sé ha portato inevitabilmente il grande e veloce sviluppo della tecnologia. Calcio contemporaneo porta con sé un grande livello di specializzazione e standardizzazione, un’amministrazione burocratica e centralizzata, i piani e programmi ben fatti, tutto con il mercato. In uno studio che ci parla sulle differenze e similarità tra il calcio e football americano15, ci accenna una caratteristica del calcio che non si trova in altri sport Si tratta dell’analisi della violenza, in senso che i scontri sul campo si possono interpretare come uno strumento di catarsi, ama anche come razionalizzazione di natura umana in società moderne. Una specificità del calcio in questo senso e il fatto che esso assomiglia un po’ le truppe della guerriglia, nel senso che anche i paesi piccoli, che mancano la potenza politica, economica o militare, possono uscire dalle gare come vincitori (il caso della Croazia e le sue medaglie ai Mondiali son uno degli esempi più indicativi). Alcuni autori hanno messo una speciale attenzione sul parallelo sviluppo dei mezzi di media e l’incremento dello sport moderno. In questo senso, i due fenomeni sono quasi gemelli: nel 1896, il tempo delle prime Olimpiadi moderne ha visto il nascere del Gazzetta dello Sport16. La tesi fatta parla che i media e lo sport hanno la stessa origine: società industriale, con suoi meccanismi di produzione e distribuzione del prodotto. Calcio era la prima cosiddetta industria creativa, amplificata con la crescita della tecnologia, che vede il suo apice nel calcio, in tutte le sue formi. Il legame dello sport con l’economia e mercato e uno dei segni più rilevanti del livello dove lo sport alla fine è arrivato17. Questo fatto si vede più chiaramente nel marketing: tutte le aziende più grandi dell’Occidente partecipano come i sponsor nelle gare importanti del calcio, come i Mondiali o la Champions League, o i campionati nazionali delle nazioni più potenti (Inghilterra, Spagna, Italia, Germania, ecc.).

I giochi competitivi, o incontri in cui la lotta è il senso del match, sono i giochi che Bernhard Welte svolge nella sua riflessione sulla persona e sull’esistenza umana18. Per questo motivo possiamo dire che la peculiarità di questa riflessione è proprio l’aspetto antropologico del calcio che sempre di nuovo entusiasma l’uomo per questo gioco. A differenza, per esempio, di un gioco d’azzardo, anche nel calcio la fortuna gioca un certo ruolo, ma il fattore decisivo è la lotta, cioè lo sforzo delle squadre avversarie per il successo, in altre parole il risultato del gioco stesso. In questo senso, secondo Welte, la cosa più corretta da fare è di eliminare, in modo il più possibile, il concetto della felicità, rendendo in tal modo possibile che le persone non siano oppresse dal destino predeterminato e possano realizzare qualcosa con le proprie forze e abilità. Gli sport competitivi, quindi sono l’opposto di altri svaghi, come i giochi d’azzardo a esempio. Nello sport le persone usano principalmente le proprie forze e abilità, meno la fortuna. Come un risultato finale, ciò che accade in questi giochi mette in risalto l’intenzione umana che cerca di predeterminare il risultato o di capovolgere l’esito a suo favore, il che è del tutto legittimo. E’ proprio questo tipo di calcolo e pianificazione nel gioco, che rivela le profondità dell’esistenza umana. In particolare, secondo Welte, il gioco del calcio può essere considerato un vero e proprio modello per tutti i tipi di giochi competitivi. In questo senso, il gioco in sé non è un evento politico o economico. Non è usato per regolare le strutture della vita, ma è solo e sempre un gioco. Il gioco deve sempre rimanere fuori dalla politica, dall’economia, dalla sociologia, e tutto questo per mantenere la sua purezza e originalità. Per questo motivo Welte pone l’accento che, per quanto si paragoni la vita a un gioco, sono proprio i suddetti ambiti (politica, economia) a mostrarci come un ordine che regna in questi ambiti è l’ordine di una realtà, separato dalla sistemazione del gioco, e che questi devono essere sicuramente tenuti disgiunti.

Entrambi i tipi di gioco, quello della fortuna e gli sconfitti di competizione e combattimento, evidenziano secondo Welte l’archetipo del comportamento umano che scaturisce dalle profondità della coscienza umana. Entrambi mostrano, come in parte è stato indicato, la passione, lo entusiasmo, lo sforzo che è applicato – il primo nell’invocare’ la felicità; l’altro nel predeterminare e pianificare il risultato finale. Ambedue (anche se questo è molto più il caso del gioco competitivo) manifestano una sorta di azione congiunta19 per raggiungere un obiettivo comune. E da quest’azione nascono immagini simboliche della vita. Il gioco competitivo è collegato alla vita reale in un modo che da un’impronta archetipica che sviluppa un simbolo che esprime qualcosa che le persone vogliono sempre vedere e sperimentare nel comportamento umano – un’unione per la stessa cosa, sforzo, fatica e, infine, lotta, che altrimenti non avrebbe mai avuto modo di vedere dall’interno. Per questo motivo, il gioco competitivo, qualunque esso sia, è sempre visto come un simbolo affascinante dell’ordine che è sempre stato inteso e desiderato e che si alzi dalle profondità della natura umana e si risveglia nella persona, sia come concorrente sia come osservatore, quella più profonda del calcio. Questo spiega perché ogni gioco competitivo (atletiche come regina degli sport, poi ginnastica, nuoto, waterpolo, basket, pallavolo, tennis, calcio, ecc.) influenza così tanti milioni di persone, anche se spesso non è ragionevole in termini di realtà quotidiana20. Ciò che i giochi competitivi rappresentano simbolicamente è la vita nel suo sviluppo consapevole e la sua forma intenzionale e desiderata come cooperazione competitiva. Proprio per questo motivo, gli esemplari citati di sport sono più all’attenzione del pubblico di qualsiasi gioco di fortuna.

Inoltre, nella sua peculiarità di combattimento, il gioco competitivo mostra la sua speciale relazione con il mito. La mitologia parla di un evento unico come simbolo di ciò che accade sempre e ancora. Nei giochi di combattimento ogni singola partita è considerata di grande importanza per entrambe le parti in lotta. Finché sono importanti, ambedue le parti s’impegnano con grande sforzo, le partite hanno senso. Welte riconosce la suddetta caratteristica mitologica dei giochi di combattimento (come, d’altronde, di altri sport di squadra) per le dimensioni che vi sono incluse, come la fede in una causa comune, che sia giustificata o meno, la squadra comune che i singoli individui compongono, il successo, cioè l’esito desiderato cui tutti aspirano con passione, e le virtù che in essi si manifesta in particolare come la perseveranza, lo impegno, la resistenza, ecc. L’aspetto mitologico si riflette in modo più evidente nei momenti che noi stessi assistiamo: i tifosi, cioè i gruppi di sostenitori (spesso anche i giocatori) si scontrano fisicamente, anzi soffrono, anche se sono consapevoli che il gioco non è qualcosa di cruciale per la vita, come le situazioni in cui siamo messi a lottare per la vita.

In questo ragionamento, se prendiamo il suo contenuto fondamentale, il gioco competitivo stesso si svolge come una lotta. Due parti in conflitto competono per la vittoria e ognuna vuole conquistarla. Questo crea una serie di nuovi conflitti e situazioni dello scontro. Come finirà la battaglia è determinato da ciascuna delle parti in conflitto con le proprie abilità e desiderio di vittoria e l’esito non possono essere detto con certezza o (pre) determinato. E’ questo che rende ogni singola partita di basket, pallavolo, waterpolo, calcio, ecc. interessante. Il vincitore deve dimostrarsi come tale nel conflitto. Il combattimento è un gioco, ma all’interno di una partita di combattimento si combatte con serietà, persino con passione e con l’uso di ogni forza e abilità. Si tratta di una vera e propria battaglia, anche se parliamo di un gioco. Se in realtà fosse il contrario, ossia ‘il gioco senza combattimento’ (gli scacchi solo apparentemente escludono la combattività, ma è certamente presente, solo non in modo fisico evidente) il gioco sarebbe noioso e perderebbe la sua essenza – il suo carattere archetipico e mitologico, e quindi il suo fascino. Questo tipo di battaglia in tutte le sue dimensioni può anche essere chiamata lotta di rivalità. Se prendiamo anche questo in senso archetipico, simbolico e mitologico, allora potrebbe significare questo: gli esseri umani sono fondamentalmente nei campi di battaglia di una rivalità con la propria specie e tutti i possibili conflitti che questa rivalità comporta. Gli uomini hanno sempre degli avversari e l’importante è lottare per la vittoria e ottenerla usando solo forza e abilità contro l’avversario. L’aspetto emozionante della vita è chi ne esce vincitore, perché questo, ovviamente, non si può e non si deve sapere in anticipo, ma solo dopo che la partita è finita. E’ questa la parte più interessante del gioco di combattimento, anche se è rimasto lo stesso per tutta la sua storia, da quando è stato iniziato.

Welte crede che molti spettatori, proprio attraverso le partite, cioè le competizioni, vedano la propria vita come un simbolo di gioco. Questo spiega in buona parte il loro interesse per questi sport. Per comprendere meglio lo stile della vita appena menzionato, questo significa il seguente: come la lotta degli avversari o dei rivali nei loro conflitti non è mai completamente eliminata. Lo stesso vale per la vita concreta: nell’essere in quotidianità, in particolare nel posto di lavoro o nelle faccende che svolgiamo in generale, ci troviamo continuamente con una sorta di ‘nemici’, cioè ci troviamo in rivalità e lotte dalle quali cerchiamo (ancora subconsciamente) di uscire come vincitori. Questo ci porta alla conclusione che le situazioni si finiscono con una vittoria o una sconfitta (più raramente in pareggio) e si ripetono in qualche nuova occasione. Questa esperienza accompagna la gente quasi ogni volta che va al lavoro. Welte dirà che è proprio il gioco che insegna che esiste un orizzonte di conflitto legittimo21. A conferma di ciò è che le rivalità si sviluppano anche in tutti gli altri ambiti della vita (oltre al lavoro), come ad esempio tra i figli e soprattutto tra fratelli e sorelle e tra amici stessi. Tutto questo ci suggerisce che il conflitto e la rivalità derivano dalla natura della convivenza umana. A questo si aggiunge che le epopee nazionali, con le quali almeno fino a poco tempo fa le nazioni si sono identificate e in cui hanno trovato la loro identità, parlano sempre di eroi, cioè di vincitori in battaglia.22

2. Le regole che governano il gioco competitivo e combattivo – il consenso per un conflitto misurato e fruttuoso nel gioco del calcio

Ogni gioco di combattimento, quindi, è soggetto a regole che, in senso archetipico, indicano il rispetto del rituale. L’importanza del rituale e delle regole del gioco sta nel fatto che le probabilità di vittoria di entrambe le parti in conflitto sono approssimativamente uguali. In questo modo, il gioco competitivo si esprime in una misurazione della forza, della perseveranza e della preparazione preliminare di ciascuna squadra, e del ruolo e del contributo dei singoli membri. Ogni gioco competitivo è anche soggetto a determinate sanzioni se non si rispettano le regole di gioco predeterminate23. E’ una cosa che decide un arbitro come individuo che dovrebbe giudicare con giustizia. Entrambe le parti in conflitto lo sanno e dovrebbero rispettarlo. Da un lato, questo regolamento del gioco di combattimento fornisce alle parti partecipanti in gara una forma di gioco efficace e, in senso formale, consente di eseguire, cioè il corso stesso del gioco. Ed è proprio quest’ordinamento che ci dà una forma di risoluzione dei conflitti che ha senso, piuttosto che quella che sarebbe insensata e contro ogni regola. Altrimenti i giochi di battaglia avrebbero sicuramente perso il loro significato, quando, infatti, non ci sarebbero stati limiti entro i quali si potessero combattere e rivaleggiare.

Nel fuoco della lotta, dice Welte, spesso accade che gli individui oltrepassino di nuovo il limite del permesso, ed è proprio per questo che esistono punizioni e sanzioni per impedire che ciò accada di nuovo24. In ogni caso, il combattimento ha sempre un limite cui può e deve arrivare per essere definito un gioco che ha senso. Il combattimento è permesso, ma gli avversari devono essere corretti l’uno con l’altro. Quelli contro i quali combattono sono solo i loro avversari, ma non i loro nemici. Secondo Welte, c’è una differenza qualitativa tra la lotta di un avversario e quella di un nemico. In entrambi i casi si combatte, ma è molto diverso essere avversari dall’ostilità25. Nel primo caso si arriva sempre a una soluzione onesta dei conflitti tra avversari che non sono nemici. E in un altro caso, di cui bisogna stare attenti, si può verificare situazioni fatali. Le due aree, qualitativamente diverse, sono legate da un impulso di lotta che, se non controllato, oltrepassa il limite qualitativo.

Ovunque le persone vivono insieme e comunicano tra loro, emergono norme giuridiche che, come le regole di un gioco26, richiedono l’accettazione di tutte le parti coinvolte e il cui scopo è di regolare la convivenza per il bene di ciascuna delle parti. C’è sempre una linea di demarcazione, cioè un regolamento legale, che impedisce al gioco di degenerare in un’ostilità totale, che escluda l’altra parte e che danneggia la qualità del gioco, che è l’unica cosa che conta. Questo regolamento permette al gioco di essere e di rimanere una gara in cui le persone si divertono e, con lo sforzo eventualmente di rilassarsi, ma a volte anche di rattristarsi, ma sempre tenendo presente che è tutto un gioco. Welte ritiene che un gioco di rivalità ben regolato sia una forma piacevole e desiderabile di gioco della vita, e le partite di competizione lo dimostrano27.

Tuttavia, secondo Welte, il problema più grande dei giochi di combattimento è che spesso manifestano un incontrollabile istinto di potere e il conflitto si riaccende rapidamente. Per questo motivo il calcio, come esempio di gioco in cui ci sono parti in conflitto, mostra come la partita debba essere condotta e con i temperamenti degli individui che lo giocano e tutte le tensioni di una gara, deve rimanere solo un gioco con la necessaria custodia della pace tra gli avversari. Soprattutto nel mondo dei giochi di combattimento e delle aggressioni in calcio, e pallavolo, l’espressione ‘fair play’ indica un gioco equo, ed è già diventata parte della filosofia di rispettare gli altri e seguire le regole che un determinato gioco impone, sia nei campi sportivi sia nel lavoro e in altre sfere sociali in cui una persona vive in convivenza con altri28. L’espressione ‘fair play’ è in realtà parte di un modo di vivere sportivo e molti l’hanno visto come una nuova forma di morale pratica e di ethos sportivo29. Il gioco, naturalmente, non dovrebbe mai essere noioso ma vivo e comunque dinamico, eppure nella sua vivacità e audacia deve sempre rimanere solo quel gioco che finirà in modo pacifico tra le parti in conflitto. Welte collega questo modo di aspettare la fine del gioco a quello che la Bibbia promette come il Regno di Dio che verrà. Secondo lui, questa speranza e la sua attesa agiscono nel processo storico come un compito e un obbligo continui. Le forme di realizzazione della speranza sono sempre nuovamente create e trasformate in realtà come possibilità di una vita pacifica, e infine di un conflitto arrendevole e di una lotta pacifica che vede la sua fine sola nell’eternità che è promessa a ogni persona come individuo che vive in convivenza con gli altri uomini e che sperimenta il suo significato finale.

Nella convivenza storica degli esseri umani si osserva come l’ordine giuridico regola la convivenza tra le persone. Si notifica che più volte è accaduto che i processi rivoluzionari abbiano cercato di abbattere l’ordine esistente che era stato etichettato come ingiusto. Il risultato è che una nuova legge è promulgata e la richiesta di sovranità è presentata. Welte dà l’esempio di stati moderni che formano gruppi sociali sovrani e la cui esistenza si svolge anche nel rispetto delle regole del gioco. All’interno dei singoli Stati, come tra gli Stati, c’è una costante rivalità – economica, politica, ecc. La loro esistenza comune, o reciprocità, si svolge proprio a livello di una sorta di gioco, in cui, in modo particolare, dice il nostro autore, bisogna stare attenti perché lo scontro tra due comunità di stati in conflitto può degenerare in un’incessante ostilità che finisce tragicamente30. Welte ritiene che proprio per questo, in questo pericoloso gioco di forze e contraddizioni, si debba sempre cercare una regola che valga come ideale formatore che consenta di restringere l’inimicizia sfrenata e di limitarlo. Anche nelle campagne elettorali si chiede il rispetto della regola della giustizia reciproca. In tutta la storia (e specialmente nel giudaismo e nel cristianesimo), gli uomini hanno cercato la pace in Dio e la concordia sulla terra, cioè l’astensione dalla violenza che ha costantemente accompagnato la razza umana.

Per evitare o meglio canalizzare la violenza, le persone, o i politici, ha inventato varie soluzioni e possibilità. E’ proprio questo il segno che la rivalità, anzi l’ostilità, interessatamente, è stata regolarmente sostituita con il gioco, chiaramente in modo simbolico. Uno degli esempi sta nel Medioevo, dove gli eventi come il carnevale (scatto) erano posti di cerca proprio di principio del gioco totale che ha potuto risolvere (simbolicamente comunque) i problemi cui era esposta la comunità, così come quelli relativi tra i diversi principati. La parte opposta si prendeva gioco di sé e del re, senza rischiare che lo stesso ‘gioco’ si trasformasse in conflitto e violenza. In questo senso, l’organizzazione di grandi eventi sportivi a livello internazionale (Giochi olimpici, Campionati europei e mondiali di calcio, Campionati di atletica, ecc.) evidenzia, tra l’altro, proprio questa dimensione: l’autorizzazione di una competizione regolata che ha come fondamentale obiettivo la connessione e la solidarietà tra le persone (le nazioni).

I conflitti sono quindi inevitabili nelle relazioni interpersonali come in quelle internazionali. Nel gioco abbiamo notato che le persone lo spostano, intenzionalmente o involontariamente, nella vita di tutti i giorni e che il gioco stesso, per quanto si svolga in una sorta di libertà e di disinvoltura, deve contenere regole. Inoltre, tali regole e norme consentono una lotta e una competizione ‘controllata’ e impediscono che si trasformino in scontri incontrollati sul campo. Come abbiamo detto, le relazioni internazionali sono certamente più serie e hanno bisogno di un regolamento più rigoroso, cioè di ‘regole di giocò, per evitare di sfociare in conflitti, le cui conseguenze sono molto più pericolose. La Convenzione di Ginevra31 della Croce Rossa, per esempio, è un tentativo di agire in modo moderato a livello internazionale sovrano a proposito dei conflitti e i scontri che si verificano nel mondo, che, a differenza delle società arcaiche, non possono essere (completamente) canalizzati con il gioco. Anche la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, incorporata nelle costituzioni di quasi tutti gli stati moderni, appartiene a quest’ambito di ragionamento32. E al più alto livello, i colloqui, per esempio tra le potenze nucleari, gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica, sono un segnale che la gente sta continuamente cercando la regola d’oro che domestica l’ostilità mortale al gioco umano degli avversari onesti33. Sembra, dirà Welte, che sia caratteristico sia l’umanità cerchi sempre di nuovo di trovare e sviluppare preziose regole di gioco da un impulso che sorgeva dal profondo dell’essere umano, da un misterioso rituale che ha permesso ai pericolosi giochi di conflitto umano, di elevare la qualità dell’uomo dei rapporti e della vita in generale34. Welte ritiene che tutte queste convenzioni e dichiarazioni abbiano avuto successo nel senso che i dibattiti, così come quelli che noi chiamiamo »conflitti sani«, come i disaccordi sotto forma di dibattito e di dialogo tra le ‘parti coinvolte’, sono stati sostenibili, ma senza scendere in violenza aperta e conflitto latente, mantenendo per questo la pace necessaria.

La profondità delle intuizioni antropologico-sociali di Welte e la loro prospettiva filosofico-teologica qui si rivelano davvero indicative. Il nostro filosofo della religione, infatti, si presenta qui come un realista sereno che non si aspetta dal mondo e dalla società un ideale impossibile, cioè una pace perfetta, priva di ogni conflitto. Da notare è che il nostro autore qui presente, consapevolmente o inconsapevolmente, è sotto l’influenza di San Agostino e la sua distinzione tra il regno celeste e il regno terreno, e questa distinzione, certamente, rimane permanente, ma con l’istruzione che il terreno deve sempre essere ispirato al celeste, cioè tendere verso la pace e poi verso la giustizia, il bene e i valori in generale. In questo senso, a Welte è chiaro che in uno stato terreno la pace non può mai essere raggiunta in modo completo, ma solo parzialmente, e quindi ritiene preziose e importanti le suddette dichiarazioni il cui obiettivo fondamentale è proprio la convivenza tra gli uomini.

3. Il gioco competitivo e di combattimento come simbolo della vita: il gioco del calcio e il suo riferimento al simbolismo della vita

I giochi di combattimento, quindi, sono per lui un simbolo della vita. Nelle sue riflessioni filosofico-teologiche sul gioco del calcio come gioco particolarmente distinto da tutti le altre gare da combattimento, cioè da competizione, ritiene che richieda una spiegazione più profonda della sua popolarità mondiale e del numero enorme di interessati. Il calcio è un gioco che piace alle masse di tutto il pianeta e a molte nazioni. Welte menziona una curiosità legata al campionato mondiale di calcio del 1978 tenutosi in Argentina, dove è stato registrato che nello stesso campionato mondiale c’erano giocatori attivi provenienti da 135 paesi del mondo, che i telespettatori seguivano attraverso i loro schermi televisivi, e il campionato mondiale del 1970 aveva più di 700 milioni di telespettatori35. A Welte è stato molto interessante osservare il forte interesse di molti individui per questo gioco. Quello che un filosofo della religione nota è che questo interesse è molto più grande di quello per le maggiori notizie politiche. Per Welte era molto indicativo che tutti i quotidiani fossero pieni di notizie di calcio in vista del Mondiale, anche se c’erano abbastanza argomenti politici da riempire ogni pagina. Il nostro filosofo di Friburgo osserva come il calcio, come sport dominante a questo livello, si confronta con i principali eventi storici. Centinaia di milioni di persone sono particolarmente interessate a questo gioco. Il calcio, per così dire, è un gioco da combattimento, giocato con serietà, persino passione, e con l’uso di tutte le forze e le abilità che i giocatori possiedono36. Secondo Welte, questo è il paradigma della vera lotta, anche se si svolge attraverso il gioco.

È proprio nell’esempio del calcio che si può vedere quanto possa essere fatale la mancanza di lotta e di competizione. Infatti, non si tratta solo di mancare la passione e la dinamica necessarie per il gioco, ma è un segno che il gioco del calcio si è trasformato in un inquadramento che è fondamentalmente corrotto: basta, infatti, l’esempio di questo gioco, dove una parte ‘lascia’ l’altra il risultato, in modo da fare un certo allontanamento dalla lotta, proprio per i suddetti, disonori obiettivi. In mancanza di combattimento, il gioco perde la sua specificità. Questa lotta, con i conflitti che si sviluppano al suo interno, è chiamata lotta di rivalità. Combattimenti di rivalità significano che gli esseri umani sono nei campi di battaglia della rivalità con la propria specie e in tutti i conflitti che appartengono a essa.37 Le persone che partecipano a questo e a giochi simili hanno sempre degli avversari dall’altra parte. La parte emozionante del gioco è proprio di vedere chi esce vincitore e chi ottiene la gloria dopo la vittoria. Le nazioni si sono sempre identificate con i vincitori dei giochi di combattimento. Lo stesso vale per i tifosi di calcio, che s’identificano con il vincitore di ogni singola partita e, in particolare, del campionato europeo o Mondiale38. Nei giochi di combattimento, soprattutto nel calcio, c’è sempre un impulso e un rituale di combattimento. Il rituale è rappresentato e condotto da un arbitro, che è riconosciuto e rispettato da entrambe le parti. In pratica, lui controlla e dirige il gioco. Siccome è riconosciuto e accettato come tale da entrambe le parti in competizione, non si combatte contro di lui, come lui non combatte contro quelli che giudica. Questo rituale di regolazione dà un significato all’intero gioco di calcio e lo rende possibile.

La presenza dell’arbitro nel gioco consente di risolvere i conflitti in modo che il gioco non diventa inutile. L’impulso che il gioco di combattimento ha spesso può portare a sanzioni e punizioni perché i partecipanti dimenticano i limiti entro i quali il conflitto è permesso. Il gioco di calcio, come la gara in generale, è in realtà l’espressione del principio di speranza – un principio che valeva anche prima di Ernst Bloch e la sua opera ‘Il principio di speranza’ come un principio cristiano, orientato escatologicamente, che vale ancora in termini di attesa della vita che si spera39. È l’attesa di ciò che la Bibbia chiama il regno di Dio. Welte ritiene che la speranza e la sua attesa, così considerate, agiscano nel processo storico come un compito e un obbligo costanti. Ci sono sempre forme di realizzazione della speranza da concepire e realizzare in questa realtà, come ad esempio la possibilità di una vita pacifica e di un conflitto controllato, anche di una lotta pacifica. La speranza trascende i confini della storia, la sua attesa richiede una vera configurazione della storia, coinvolge tutti gli uomini, ma alla fine indica qualcosa che è di là dalla storia, un mistero che è più grande di ogni cosa umana, il mistero di Dio e del suo regno, che la persona spera e per il quale prega. Per questo motivo, anche un gioco di combattimento come il calcio, che coinvolge le persone e le relazioni umane che si possono leggere nel gioco, può essere inteso come espressione di questa speranza e avere il suo nascosto radice filosofico-teologico. Sembra che ci sia un lato teologico di quelle relazioni umane che abbiamo cercato di leggere dal gioco, inteso come un archetipo mitico. E come espressione di questa speranza, anche qualcosa di molto combattivo come una partita di calcio può avere un lato teologico nascosto.

Conclusione

I giochi di competizione e di combattimento evidenziano, secondo Welte, l’archetipo del comportamento umano che scaturisce dal profondo della coscienza umana. Entrambi evidenziano, come in parte è stato indicato, la passione, lo entusiasmo, lo sforzo che è impiegato – la prima nell’invocare la fortuna, la seconda nel predeterminare e pianificare il risultato finale40. Nello stesso tempo essi evidenziano anche una sorta di collaborazione per raggiungere un obiettivo comune. E da quest’azione nascono immagini simboliche della vita. Il gioco competitivo è legato alla vita reale in un modo che da un’impronta archetipica si sviluppa un simbolo che esprime qualcosa che le persone vogliono sempre vedere e avere esperienza nel comportamento umano – un impegnò comune per la stessa cosa, sforzo, fatica e, infine, lotta, che altrimenti non avrebbero mai avuto modo di vedere dall’interno. Per questo motivo, il gioco competitivo, qualunque esso sia, lo consideriamo sempre come un simbolo affascinante dell’ordine che è sempre voluto e desiderato e che sorge dalle profondità della natura umana e risveglia nella persona umana, sia come attore che come osservatore, una cosa molto profonda – il gioco di calcio. Questo spiega perché ogni gioco competitivo (atletiche come regina degli sport, poi ginnastica, nuoto, pallanuoto, basket, pallavolo, tennis, calcio, ecc.) influenza così tanti milioni di persone, anche se spesso non è ragionevole in termini di realtà quotidiana41. Quello che questi giochi competitivi rappresentano simbolicamente è la vita nel suo sviluppo consapevole e la sua forma voluta e desiderata come cooperazione competitiva. Proprio per questo motivo, gli esempi citati di sport sono più all’attenzione del pubblico di qualsiasi gioco (di fortuna).

Inoltre, nella sua peculiarità di combattimento, il gioco competitivo mostra la sua speciale relazione con il mito. La mitologia parla di un evento unico come simbolo di ciò che accade sempre e ripetutamente. Nei giochi di combattimento ogni singola partita è considerata di grande importanza e di grande valore per entrambe le parti in lotta. Finché sono importanti, e finché entrambe le parti s’impegnano con grande fatica, hanno senso. La suddetta caratteristica mitologica dei giochi di combattimento (come peraltro anche di altri sport di squadra) Welte riconosce per le dimensioni che vi sono incluse, come la fede in una cosa che si fa insieme – giustificata o no, la squadra comune che gli individui compongono, il successo, in altre parole l’esito desiderato cui tutti aspirano con passione, e le già menzionate virtù che in essi si manifesta in particolare come la perseveranza, lo sforzo, la resistenza, ecc. L’aspetto mitologico si riflette in modo più evidente nei momenti cui possiamo osservare: i tifosi, cioè i gruppi di tifosi (spesso anche i giocatori) combattono fisicamente, i tifosi soffrono anche se sono consapevoli che il gioco non è qualcosa di cruciale per la vita, come le situazioni in cui siamo messi a lottare per la vita.

Possiamo costatare, se lo prendiamo nel suo contenuto fondamentale, il gioco competitivo stesso si svolge come una lotta. Due parti in conflitto competono per la vittoria e ognuna vuole conquistarla. Questo crea una serie di nuovi conflitti e situazioni di grande tensione. Come finirà la lotta è determinato da ciascuna delle parti in conflitto con le proprie abilità e desiderio di vittoria e l’esito non possono essere detto con certezza o (pre) determinato. E’ questo che rende ogni singola partita di basket, pallavolo, pallanuoto, calcio, ecc., molto interessante. Il vincitore deve dimostrarsi come tale nel conflitto. Il combattimento è un gioco, ma all’interno di una partita di combattimento si affronta l’avversario con serietà, persino con passione e con l’uso di ogni forza e abilità. Si può dire che è una vera e propria battaglia, anche se in gioco. Se in realtà fosse il contrario, ossia il gioco senza combattimento (gli scacchi solo apparentemente escludono il combattimento, ma è certamente presente, solo non in modo fisico evidente) il gioco sarebbe noioso e perderebbe la sua essenza – il suo carattere archetipico e mitologico, e quindi il suo fascino, ritiene il nostro filosofo della religione. Questa lotta con i suoi conflitti può anche essere chiamata lotta di rivalità. Se prendiamo anche questo in modo archetipico, simbolico e mitologico, allora potrebbe significare questo: gli esseri umani sono fondamentalmente nei campi di battaglia di una rivalità con la propria specie e tutti i possibili conflitti che questa rivalità comporta. Gli uomini hanno sempre degli avversari e l’importante è lottare per la vittoria e raggiungerla usando solo forza e abilità contro l’avversario. L’aspetto attraente della vita è chi ne esce vincitore, perché questo, ovviamente, non si può e non si deve sapere in anticipo, ma solo dopo che la partita è finita. E’ questa la parte più emozionante del gioco di combattimento, anche se è rimasto lo stesso per tutta la sua storia, da quando è stato iniziato. Welte pensa che molti spettatori, proprio attraverso i giochi, cioè le competizioni, vedano la propria vita come un simbolo di gioco. Questo spiega in buona parte il loro interesse per questi sport.

Per comprendere il concetto della vita appena menzionato, questo significa il seguente: come la lotta degli avversari o dei rivali nei loro conflitti non è mai completamente eliminata, lo stesso vale per la vita concreta: nella vita di tutti i giorni, in particolare nel posto di lavoro o nel lavoro che svolgiamo in generale, ci troviamo continuamente con una sorta di ‘nemici’, cioè ci troviamo in rivalità e lotte dalle quali cerchiamo (ancora subconsciamente) di uscire come vincitori. Alla fine, le situazioni si finiscono con una vittoria o una sconfitta (il pareggio è più raro) e si ripetono in una nuova occasione. Questa esperienza accompagna la gente quasi ogni volta che si va al lavoro. Welte dirà che è proprio il gioco che insegna che esiste un orizzonte di conflitto legittimo42. A conferma di ciò è che le rivalità si sviluppano anche in tutti gli altri ambiti della vita (oltre al lavoro), come ad esempio tra i bambini e soprattutto tra fratelli e sorelle e tra amici stessi.

Le rappresentazioni in cui ci basiamo su B. Welte, suggeriscono che conflitto e rivalità derivano dalla natura della convivenza umana. A questo si aggiunge che le epopee nazionali, con le quali almeno fino a poco tempo fa le nazioni si sono identificate e in cui hanno trovato la loro identità, parlano sempre di eroi, cioè di vincitori in battaglia. Questo si può verificare nelle Sacre Scritture, nelle storie orali e mitologie delle diverse nazioni, e nelle divergenti versioni scritte di racconti mitici attraverso tutto il mondo.

NOGOMET KAO NATJECATELJSKA, BORBENA IGRA I SIMBOL ŽIVOTA – POGLED IZ KUTA BERNHARDA WELTEA

43Suzana Maslać* – Ivan Zubac**44

Sažetak: U ovom radu donosimo prikaz natjecateljskih igara, posebice nogometa, prema tumačenju Bernharda Weltea, kao izraza dubljih arhetipskih obrazaca ljudskoga ponašanja i simbola života. Cilj je bio pokazati da spomenute igre nisu samo zabava, već odražavaju ljudsku prirodu preko elemenata poput strasti, truda, zajedništva i borbe. One simboliziraju univerzalna iskustva i sukobe s kojima se ljudi svakodnevno suočavaju. Nogomet za mnoge predstavlja više od sporta; on simbolizira borbu za smisao, pravdu i ostvarenje ciljeva. Njegova popularnost povezuje ljude diljem svijeta pomoću zajedničkih emocija i strasti, stvarajući kolektivno iskustvo koje nadilazi pojedinačne živote. Igre poput nogometa omogućuju ljudima da dožive sukobe i izazove kao dio vlastitoga životnoga puta. Pokazalo se da arhetipski i mitološki karakter igara omogućuje gledateljima da prepoznaju simboliku vlastitoga života u natjecateljskim sukobima, što ih čini iznimno privlačnima i fascinantnima milijunima ljudi diljem svijeta.

Ključne riječi: Bernhard Welte; nogomet; svjetsko prvenstvo; natjecanje; borba; simbol života.

Notes

[1] * Dott.ssa Suzana Maslać, Facoltà di Teologia Cattolica di Đakovo, Università Josip Juraj Strossmayer di Osijek, P. Preradovića 17, 31400 Đakovo, Repubblica di Croazia, suzana.maslac@gmail.com

** Dott. Ivan Zubac, Facoltà di Teologia Cattolica di Đakovo, Università Josip Juraj Strossmayer di Osijek, P. Preradovića 17, 31400 Đakovo, Repubblica di Croazia, ivanzubac@gmail.com

Cfr. B. WELTE, Filosofia del Calcio. A cura di Oreste Tolone, Brescia, 2010

[2] Cfr. M. ECKHOLT (ed.), ‘Clash of Civilisations’ – oder Begegnung der Kulturen aus dem Geist des Evangeliums? Bernhard Weltes Impulse für den interkulturellen Dialog mit Lateinamerika, Münster, 200., 304.; Cfr. B. WELTE, Filosofia della religione, S. Kušar (trad.), Zagreb, 2016, 233.

[3] Cfr. I. BULJAN, V. VURUŠIĆ, Nogomet. Povijest svjetskih nogometnih prvenstava, Zagreb, 2023, 26-29. Già i primi Mondiali di Calcio, organizzati in Uruguay dal 13 al 30 luglio 1930, hanno dato l’inizio alla straordinaria importanza del calcio in mondo moderno. Calcio è diventato più importante di Olimpiadi, una stravolgente maggioranza del pubblico sportivo nel mondo lo guardava di essere in primo posto senza concorrenza.

[4] Cfr. L. GEDDA, Lo sport. I quaderni del Cattolicesimo Contemporaneo 3, Milano, 1931, 67-85.

[5] Cfr. M. F. ARTILES, El Cattolicismo Popular en la Argentina. Cuaderno 3-Psicologico, Buenos Aires, 1969, 21-67. Qui possiamo leggere che il calcio è riuscito a toccare alcuni fondamentali archetipi del comportamento di essere umani: »…las intenciones humanas se elaboran en el curso de una historia hecha de conflictos superados y de sedimentaciones siempre activas.«

[6] Cfr. L. HARVEY, A Brief Theology of Sport, London, 2014, 76-111. L’autore sviluppa questi concetti nel settimo e ottavo capitalo, quando parla della definizione teologica dello sport e di una sua profonda possibile applicazione in liturgia.

[7] Cfr. E. DE PAMFILIS, Fare Chiesa nel tempo libero. Documenti pastorali sulla vacanza, il turismo e lo sport, Roma, 1986, 239-249. I due contributi su cui ci riferiamo qui sono di Vincenzo Cappelletti (Una filosofia che viene dalla vita e risponde di sé alla vita) e Dermot Ryan (La Chiesa e lo sport nella promozione dei valori cristiani).

[8] Cfr. PONTIFICIUM CONSILIUM PRO LAICIS, Sport, Educazione, Fede. Per una nuova stagione del movimento sportivo cattolico. Seminari di studio, Vaticano, 6-7. novembre 2009, G. Turani (ed.), Roma, 2011, 19-143. I contributi visti in questo libro sono i seguenti: Carlo Mazza (La presenza cristiana nel movimento sportivo alla luce degli insegnamenti della Chiesa), Michael McNamee (Lo sport e le virtù: educazione integrale della persona), Susan Saint Sing (Lo sport e la vita spirituale: »Glorificate Dio nel vostro corpo«), Edio Costantini (I luoghi dello sport. Nuove frontiere e strategie educative) e come ultimo quello di Josef Clemens (Per una nuova stagione del movimento sportivo cattolico).

[9] Cfr. G. B. GANDOLFO, L. VASSALLO, Lo sport nei documenti Pontefici, Brescia, 1994. Il libro è pieno di citazione, lettere e messaggi di diversi pontefici. Quelli visti sopra s trovano nelle pagine: 22-25, 164-166, 190-192, 218-220 e 235-236 rispettivamente.

[10] Questo tipo del laicato cattolico organizzato, che agisce in diversi settori della società, è anche oggi molto attivo e sviluppato in Italia. Acesso 25.7.2024, https://azionecattolica.it/. In un periodo, tra due guerre mondiali, esisteva anche in Croazia, avendo come frutto il primo beato laico nella storia della Chiesa in Croazia, Ivan Merz. (Vede: F. VERAJA, Ivan Merz, Pioniere dell’azione Cattolica in Croazia (1896-1928), Roma, 1998).

[11] La Federazione Europea del Calcio, fondata nel 1954. Il primo campionato del calcio fu organizzato in 1960, con il vincitore la ex Unione Sovietica. Accesso al: https://www.uefa.com/uefaeuro/history/seasons/1960/ (25/07/2024).

[12] La Federazione Mondiale del Calcio, fondata nel 1904, si possono vedere tutti i campioni nella storia. Accesso al: https://www.fifa.com/en/tournaments/mens/worldcup/articles/world-cup-champions-1930-1978-uruguay-italy-germany-brazil-england-argentina (25/07/2024). Nelle computazioni statistiche, si vede che i Mondiali di calcio in Russia hanno superato (3,56 miliardi spettatori) anche gli Olimpiadi (ultime a Tokyo con 3,05 spettatori). Il calcio rimane senz’altro, lo sport più importante.

[13] Cfr. D. ROWE, Popular Cultures. Rock Music, Sport and the Politics of Pleasure, London, 1995, 101-169.

[14] Il caso di Croazia è uno di più indicativi. I Mondiali di Calcio (e anche Europei), specialmente i primi in cui la Croazia ha potuto partecipare dopa la guerra per la sua indipendenza (1991-1995), quello in Francia in 1998, era uno dei eventi che hanno fatto una pietra nella formazione della nazione. Croazia ha vinto il terzo posto e la medaglia di bronzo, risultato ripetuto in Qatar in 2022 (superato solo con i mondiali in Russia in 2018 dove la Croazia è arrivata seconda). Accesso al: https://hns.family/hns/o-nama/povijest/ (25/07/2024).

[15] Cfr. M. R. REAL, Super Bowl Football versus World Cup Soccer: A Cultural-Structural Comparison, in: L. A. WENNER (ed.), Media, Sports and Society, London, 1989, 180-204.

[16] Cfr. F. COLOMBO, Lo spettacolo dello sport, in: Lo specchio sporco della televisione. Divulgazione scientifica e sport nella cultura televisiva, G. Bettetini – A. Grasso (ed.), Torino, 1988, 351-393. Qui si può leggere anche un altro legame dello sport contemporaneo, uno forse non aspettato, quello con la scienza. Lo sviluppo della scienza popolare e rendere più accessibile i concetti scientifici al pubblico, andava parallelamente con l incremento della popolarità dello sport, attraverso il medio cruciale del ventesimo secolo: televisione.

[17] Cfr. M. DE LUCA, Il marketing dello sport, in: L’altro marketing, M. Goj (ed.), Milano, 1993, 11-45.

[18] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften I/1 Person, S. Bohlen (ed.), Freiburg-Basel-Wien, 2006, 265-273.

[19] Ref. Aut. A differenza dell’epoca di Welte e di quello che era definito come »gioco della fortuna« o, »gioco d’azzardo« (ad esempio carte da gioco) in generale, oggi è diventato completamente individualizzato, solitari, ad esempio: slot machine club.

[20] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften I/1 Person, 256-257.

[21] Cfr. ibid., 257.

[22] Cfr. ibid., 258. Tra queste ci sono le storie bibliche della vittoria di Israele sulle nazioni di Canaan, la storia eroica di Davide e Golia, nella leggenda tedesca dell’eroe Siegfried il cacciatore di draghi alla corte di Borgogna, l’uccisione di Siegfried e la vendetta di sua moglie Kriemhild, tutti sono gli esempi che Welte cita.

[23] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften I/1 Person, 259.

[24] Ibid., 269.

[25] Ibid.

[26] Ibid., 260.

[27] Ref. Aut. Spesso, all’ inizio di un lavoro serio, diciamo: ‘Le regole del gioco sono queste’.

[28] Cfr. R. RENSON, Fair Play: Origine del Termine e il suo Significato nello Sport e nella Società, in: Kineziologija 41(2009)1, 5-18.

[29] Ibid.

[30] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften I/1 Person, 261.

[31] Le Convenzioni di Ginevra sono un nome comune per una serie di trattati internazionali conclusi per proteggere le persone che non partecipano o non partecipano più alle operazioni di guerra. La prima Convenzione di Ginevra del 1864, nata a seguito dell’occupazione dell’impegno di cittadino svizzero Henry Dunant, fatto per l’umanizzazione del diritto di guerra, si riferiva all’alleviare le sofferenze dei feriti in guerra, indipendentemente dalla loro appartenenza. Le convenzioni di Ginevra, in: Hrvatska enciklopedija, mrežno izdanje, Leksikografski zavod Miroslav Krleža, 2020. Accesso al: https://www.enciklopedija.hr/clanak/zenevske-konvencije (25/07/2024).

[32] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften Person I/1, 261.

[33] Ibid.

[34] Ibid., 262.

[35] Ibid., 265.

[36] Ibid.

[37] Ibid., 267.

[38] Ibid., 268.

[39] Ibid.

[40] A differenza dell’epoca di Welte e di quello che era definito come ‘gioco della fortuna’ o gioco d’azzardo (ad esempio carte da gioco) in generale, oggi è diventato completamente individualizzato, solitarie, ad esempio: i club con macchinette automatiche, i slot machine.

[41] Cfr. B. WELTE, Gesammelte Schriften I/1 Person, 256-257.

[42] Cfr. ibid., 257.

[43]

* Dr. sc. Suzana Maslać, Katolički bogoslovni fakultet u Đakovu Sveučilišta J. J. Strossmayera u Osijeku, P. Preradovića 17, p. p. 54, 31 400 Đakovo, Hrvatska, suzana.maslac@gmail.com

[44] ** Dr. sc. Ivan Zubac, Katolički bogoslovni fakultet u Đakovu Sveučilišta J. J. Strossmayera u Osijeku, P. Preradovića 17, p. p. 54, 31 400 Đakovo, Hrvatska, ivanzubac@gmail.com

References

 

Cfr. B. WELTE, Filosofia del Calcio. A cura di Oreste Tolone,. Brescia,: 2010


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