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Europa dei fini o della fine? crisi e nichilismo; estetica e umanesimo

Vittorio V. Alberti ; Papinsko sveučilište Gregoriana, Rim, Italija


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Abstract

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Hrčak ID:

341502

URI

https://hrcak.srce.hr/341502

Publication date:

17.12.2025.

Article data in other languages: croatian

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Durante la guerra fredda, il campo occidentale, pur con i suoi dilemmi e limiti, aveva una propria identità di libertà, giustizia, democrazia, che produceva senso e qualità culturale.

Con la caduta del Muro di Berlino, che ha coinciso con l'ultima prodigiosa rivoluzione tecnologica, quell’identità è entrata in una crisi profonda, ed è prevalsa un’egemonia antropologica mercantilista e individualistica, mentre, nello sfondo, la caduta delle ideologie ha evidenziato l’età del nichilismo.

In breve, da trent’anni sussiste una radicale crisi/corruzione culturale.

E la Chiesa cattolica? Essa ha le sue incoerenze e il suo clericalismo, primo nemico del cristianesimo, e in particolare il Vaticano è percepito dall'opinione pubblica come espressione di tali caratteristiche.

Corruzione culturale, globalizzazione neoliberista, sovranismo, nichilismo, crisi della democrazia e oggi le guerre. L'Europa è minacciata, in questa nostra età di mezzo, dall'interno e dall'esterno. Cosa fare per invertire tale deriva? L’Europa ha smarrito il suo fine e il suo ideale. Come rigenerarlo? La Croazia può rappresentare un laboratorio come cerniera tra Est e Ovest? L’intervento offre una prospettiva filosofica e propone alcune idee ricostruttive per un nuovo umanesimo europeo.

Propongo di leggere le questioni croate nel contesto della crisi-corruzione culturale dell’Occidente europeo.

Quale crisi? Quella iniziata con la caduta del Muro di Berlino e l’avvento della formidabile rivoluzione tecnologica. Crisi, nella quale ancora ci troviamo.

La fine della guerra fredda e la rivoluzione tecnologica sono i due eventi che hanno cambiato il mondo. I successivi 11 settembre, crisi del capitalismo finanziario, pandemia e ora le guerre sono elementi capitali dello stesso percorso. La globalizzazione fu occidentalizzazione. Essa domina, ma presenta crepe evidenti.

In breve, siamo in un medio-evo, un’epoca di passaggio tra la fine di un sistema o ordine geopolitico e di pensiero, e uno che ancora deve arrivare. Tra la fine di un mondo e uno che ancora non si vede.

Durante la guerra fredda, quando il mondo era, per così dire, ordinato su filosofie contrapposte, il campo occidentale, pur con errori e difetti, aveva una identità che generava senso.

Con Berlino, quell’identità è entrata in profonda crisi, ed è prevalso ciò che scalpitava sotto di essa: un’egemonia culturale mercantilista e individualista. Si sperava in un mondo pacificato e informato alla libertà, ma tali aspettative sono rimaste deluse, mentre sullo sfondo emerse il più potente ospite inquietante: il nichilismo.

Non solo: la globalizzazione, pur tra innegabili conquiste, ha innescato il logoramento delle culture particolari attraverso una poderosa omologazione: questo processo lo definirei corruzione culturale.

Insomma, ancora oggi l’Occidente è in crisi. Crisi interna ed esterna. Pensiamo alla minaccia autoritaria alla democrazia e agli oscuri sviluppi degli attuali scenari di guerra.

Restando all’Europa, essa ha smarrito il suo fine e il suo ideale. Come rigenerarlo? Collocherei la Croazia in questo contesto, così come gli altri Paesi europei, ciascuno secondo le sue peculiarità.

Una domanda interessante potrebbe essere questa: la Croazia, per la sua storia e posizione geografica, può rappresentare un laboratorio di rinnovamento culturale per tutta l’Europa? Non posso non richiamare l’ultima guerra, gravissima ferita in Europa, in ordine di tempo, prima di quella in Ucraina.

La parola crisi viene dal greco e vuol dire separare, ma anche giudicare. Così, se io sono in crisi, subisco una scissione, un patimento, ma posso anche decidere.

Ma come rigenerare un ideale sociale e anche politico, come ricreare dei fini senza ricadere in litanie ideologiche? Meglio: come costruire ideologie senza ideologismi?

Le ideologie cadute, morte, in crisi o in declino, oggi sussistono in forma non elaborata, non pensata, bensì emozionale. La politica ha perso l'ideologia, ma con essa anche gli ideali.

L'ideale si anima (o ri-anima) credendo che il futuro sia migliore del presente. In altre parole, abbiamo bisogno di una nuova estetica, per credere. Altrimenti come si può credere in presenza del nichilismo?

Nietzsche, il nichilismo: ogni valore non ha più valore, manca lo scopo, manca la risposta al perché. E con esso convive l’età della tecnica, cioè la più alta forma di razionalità, la quale prescinde dall’etica, cioè dall'uomo, cioè dall'umanesimo. Faccio un esempio estremo: nella «Banalità del male» di Hannah Arendt, Eichmann rispose: «io obbedivo agli ordini, quindi non sono colpevole». Ora, questa risposta agghiacciante, dal punto di vista della tecnica è perfetta, perché essa prescinde dalle conseguenze etiche.

Lo stesso vale per la natura, vista come strumentale, “a portata di mano” diceva Heidegger, per cui se vedo un fiume penso alla sua utilità commerciale o energetica. In altre parole, se la natura non è più l'orizzonte generale che prescinde dall'utilità, io perdo la sua identità e, di conseguenza, anche la mia identità.

Abbiamo un’etica per gli enti di natura? No. Tuttavia, questo è un argomento che oggi muove le coscienze, soprattutto giovanili, e sul quale si può lavorare per costruire un nuovo credere, tanto più che la sfida che riguarda la natura è la stessa che riguarda la società.

Poi c’è l’incredibile intelligenza artificiale. Quali conseguenze sociali e politiche, sul lavoro e sulla democrazia, e quindi sulla struttura ideale dell’Europa, che in sintesi è giustizia e libertà, avrà questo formidabile sviluppo? Una politica senza cultura politica e dai fragili ideali, come potrà governarla?

Ma in che condizione è la cultura, gli “intellettuali”? Lo chiedo perché il problema è nelle classi dirigenti generali, non solo politiche, ma economiche, sociali, culturali, spirituali.

Gli intellettuali danno origine al vento o vi si accodano? In altre parole, essi illuminano la via? Dirigono? Il linguaggio di oggi, incuriosisce, chiarisce, insegna, inquieta, affascina? No, degrada, immiserisce perché è convenzionale. E il linguaggio dei politici? Non è forse misero (o privo) di pensiero, incurante della difficoltà anche morale dei problemi? Anche il linguaggio accademico appare spesso scisso dalla realtà.

Ancora: la perdita dell’artigianato non è forse corruzione culturale? O le librerie e le botteghe che chiudono per essere sostituite da luoghi per gli aperitivi? E la televisione? D’accordo più share-più soldi, ma perché non si impara a far profitto innalzando la qualità invece di svilirla? Insomma, cos’è oggi la qualità, è quantità? Ecco perché non ci sono i maestri del pensiero, ma gli influencers.

Per correggere la rotta, che possiamo fare? Non certo moraleggiare contro. Sarebbe stupido, inutile e dannoso. Ma mettere a fuoco che la crisi è crisi dell’idea di progresso; quindi, dell’idea di divenire grazie alla quale io credo che il futuro sarà migliore del passato.

Per esempio, noi Italiani non leggiamo libri e quotidiani, non andiamo a teatro, produciamo film non all’altezza della storia del nostro cinema. In generale, il discorso pubblico, il lessico politico, dei media, e quello dei rapporti personali, sono immiseriti e anche dominati da superstizioni dalle quali, inoltre, il più qualificato sapere scientifico è costretto a difendersi, penso ai vaccini e alla pandemia.

Insomma, la nostra è un'età che sforna mediocre ma granitico conformismo. Altro che società liquida, è la liquidità più rigida che si sia mai vista, perché uniforme, e poi corruzione del linguaggio e addirittura dell'animo: questo, trasforma la società in moltitudine. Non è più societas.

Ora, credere significa estetica. Si pensa che l'estetica sia qualcosa di superfluo. Essa, invece, è, dai Greci, categoria legata all'etica, èthos, modo di vivere.

Chiedo: è estetica, cioè bella oppure brutta, l’arte contemporanea? O è an-estetica?

I contesti urbani sono la rappresentazione della nostra identità. Proprio per questo, l’architettura può essere molto utile per capire. Nel sistema sovietico c’era un’architettura uniforme in prevalenza disumanizzante. Facendo le dovute distinzioni, oggi abbiamo un'architettura identica in ogni parte del mondo, la quale nega le architetture che giungono dalle storie particolari. Sono esse a dare autenticità a una comunità, contro la corruzione culturale. Insomma, crisi culturale significa anche corruzione culturale.

E la Chiesa? Essa ha le sue incoerenze e il suo clericalismo, primo nemico del cristianesimo, e il Vaticano è percepito dall'opinione pubblica come espressione di tali caratteristiche.

La Chiesa è una comunità, un’istituzione, una fede, una cultura organizzate filosoficamente su un'idea di tempo. Il futuro ha assunto significato nella nostra storia al passaggio dalla filosofia greca al cristianesimo, che ha “vinto” il mondo antico con l'idea che l'uomo non morirà mai. Questo ha determinato l'idea di progresso/speranza e l’idea stessa di storia.

La Chiesa dà speranza? Convince? Cioè, contiene e insegna, oggi, una estetica? La risposta è anche nell’arte che esprime. Le sue arti belle non sono certo belle, oggi. Insomma, la Chiesa deve elaborare una nuova estetica, che significa arte, ma anche credere nella speranza. È questa la crisi/corruzione culturale che coinvolge anche la Chiesa, e il clericalismo non è altro che uno dei suoi volti. Il clericalismo, in base al quale non ci si preoccupa di stabilire una coerenza fra ciò che si predica e ciò che si fa.

La curia romana spesso appare, purtroppo, come un impero del silenzio nel quale si può essere cattolici senza essere cristiani.

A pochi metri dalla Sistina c'è la Cappella Paolina, dove Michelangelo eseguì il suo ultimo affresco, San Pietro crocifisso a testa in giù che fissa duro l'osservatore: quell'osservatore è il papa. La Paolina, infatti, è la cappella privata dei pontefici i quali, entrando, incontrano il minaccioso sguardo del primo papa, Pietro, che sembra dire: «sono papa, ma non sono un re, il “re” è Cristo. Io sono su una parete, non al centro». Al centro della prospettiva della Cappella, infatti, c’è il Crocifisso.

L'anticlericalismo cristiano è tutto qui: l’autorità della Chiesa non è assoluta. Piuttosto, la Chiesa è un segno che indica un orizzonte infinitamente più grande, il divino.

Nel «Grande Inquisitore» di Dostoevskij c’è lo stesso conflitto tra cristianesimo e clericalismo. Il clericalismo è concentrarsi sul segno perdendosi l’orizzonte, è come fissare il dito perdendo la luna; è lo statalismo della Chiesa, è fare l’idolo del visibile.

Papa Francesco, nel 2013, disse: «nella Curia Romana, quando non c’è professionalità, si scivola verso la mediocrità. Le pratiche diventano rapporti di cliché e comunicazioni senza vita, incapaci di generare orizzonti di grandezza: allora cresce la struttura della Curia come una pesante dogana burocratica, ispettrice e inquisitrice, che non permette l’azione dello Spirito e la crescita del popolo di Dio».

Contro il clericalismo è necessario anche un efficiente contrasto sul piano istituzionale, a partire dalla scelta di chi comanda, tanto più oggi che si risponde al clericalismo con un clericalismo ancora più insidioso perché finge di non essere tale.

Il pensiero di Francesco avrebbe dovuto generare un movimento intellettuale. Perché questo non avviene? E perché, anche la «Caritas in Veritate» o la «Laudato si’», non hanno determinato un movimento come quello generato, per esempio, dalla «Rerum novarum» o dal Vaticano II? Ecco i problemi: clericalismo, incoerenza tra ciò che si predica e ciò che si fa, mancanza di capacità rispetto all’innovazione dell’attuale Magistero e una nuova estetica. Tutto questo, genera sfiducia nella Chiesa, soprattutto in Europa.

E ora veniamo alla necessità dell’Europa di essere finalmente tale (perché i problemi vanno affrontati se si è uniti, non come singola nazione) e poi di costruire un’ideale, di costruire i fini, e crederci.

Ho quasi finito con l’angoscia. Tra poco passo alla parte costruttiva.

Oggi l'Europa dei muri (è in discussione anche Schengen) sta soffocando la sua identità, l’idea stessa di Europa langue, anche a causa delle guerre.

L’Europa del dopoguerra fino al 1989 ha esaurito la sua spinta propulsiva. I giovani sono europeisti nell’esperienza. Ma credono nell’idea di Europa? Conoscono questa idea, le sue motivazioni originarie e i suoi esiti? L’Europa nasce da una grande idea, dopo secoli di sangue, ma qual è oggi il suo fine? Essa è tecnica ma anche cultura. Infatti, costruire il fine significa costruire una missione da dire al mondo. Come?

Fondando un nuovo umanesimo europeo (fine) nel quale credere (nuova estetica). E come? Organizzando.

L’Europa crede nel futuro? Come animare un ideale europeo, democratico e umanista ora che c'è una crisi della democrazia, sia interna a noi che minacciata dai grandi spazi, quasi tutti autoritari? Mi riferisco al patto fondativo tra società e autorità liberal-democratica.

Se non rispondiamo, perderemo sul piano storico.

Non dico cosa dobbiamo, ma cosa possiamo fare. È patetica la declamazione dei buoni principi del dover essere. Piuttosto, occorre un fine che attragga, non verso il quale spingere con la morale del dover essere.

Perché la cultura perde terreno e credibilità? Perché risorgono i nazionalismi? Perché le forze progressiste non hanno argomenti convincenti? Perché i partiti politici sono vuoti di ideali? Perché non c’è una cultura politica dell’integrazione? Perché un ragazzo nato a Londra o a Parigi è entrato nell’Isis? Perché le società non sono più società? Sono questioni che richiamano l’idea di identità: chi sono io e chi siamo noi. Chi è l’uomo? Che, peraltro, era l’idea centrale dell’umanesimo.

Europa non è solo un’espressione geografica o solo tecnica o solo finanza, ma civiltà. Io penso che per ricreare i fini e un ideale superando il nichilismo e la corruzione culturale, occorra una grande operazione umanistica fondata sui classici. Cos’era, al nocciolo, l’umanesimo? Andare alla migliore intelligenza del passato per poi creare un nuovo classico, per esempio a Firenze, la cupola di Brunelleschi.

I Romani non avevano costruito una cupola così. Avevano edificato quella del Pantheon, che però non è come quella di Santa Maria del Fiore. Ecco, Brunelleschi si è avvalso dell’architettura romana, cioè del classico, per creare su quella base un nuovo classico.

Ecco il nuovo umanesimo che ci occorre, che significa mettere a fuoco le basi, cioè che l’identità europea non è né uniformata o indistinta (globalismo) né chiusa e schierata in difesa (muri nazionalistici). La nostra identità è in ricerca ed è sempre stata dinamica e in confronto con l'altro-da-sé, anche, purtroppo, quando questa ricerca è stata armata: Hegel definì l’Europa «un leone affamato».

Crisi vuol dire «scegliere», abbiamo detto. Ora che tutto è in crisi si possono ridefinire le categorie del pensare. E così facendo possiamo tornare a credere. Ma come? Dicevo “organizzando”, cioè attraverso un formidabile progetto educativo tra atenei, tra forse sociali, e speriamo anche tra governi.

L'Europa ha perso da tempo il primato militare, politico, economico, ma può conquistarne uno culturale: il nuovo umanesimo, valido sia per le società che per la politica europea nel mondo.

Occorre attrarre al classico, non imporlo. E a partire da esso creare nuove alleanze, in primo luogo tra scuola e università, e fra nazioni.

Insomma: quale bellezza salverà l’Europa? «E Dio vide che era buono». Ma l’aramaico dice «che era bello». Bello o buono oppure bello con buono? Giustizia e bellezza hanno un intimo intreccio a partire dai Greci, per i quali l’etica e l’estetica erano due volti della virtù.

Perché noi abbiamo sviluppato una grande arte? Perché nel cristianesimo il Dio si è fatto uomo, quindi Dio si può rappresentare: ecco l’arte. Un’opera di Michelangelo, per esempio il Giudizio universale, coinvolge chi è cristiano e chi non lo è. Siamo d’accordo che Michelangelo sia uno dei segni sommi della nostra identità e mette insieme credenti e non? E siamo d’accordo che la nostra identità, che vediamo in lui, sia universale, ma senza omologazione o chiusura? E così un brano di Mozart, un quadro di Rubens, una terzina di Dante e avanti e avanti. Ecco i classici. Cosa sono? Autenticità, e così lo è una tradizione artigianale come un’opera di Cervantes. Dov’è finito il pensiero, anche politico, cioè la cultura? La cultura è motore del progresso oppure no? E noi siamo universitari, quindi penso che il progetto debba partire da alleanze universitarie, innanzitutto, anche perché dobbiamo armonizzare le divisioni tra est e ovest di questa Europa. In questo, vedrei la Croazia come un formidabile laboratorio di cerniera. Anche l’Italia.

Nel 1969, è stato rubato a Palermo un capolavoro di Caravaggio, la Natività, il quadro ancora oggi più ricercato al mondo. L’opera fu trafugata da cosa nostra e non mai è stata ritrovata. Oltre a chiederci dove sia finito questo quadro, domandiamoci cosa colpisce di noi europei, questo furto. Questo interrogativo ci fa ricercare la nostra identità anche come cittadini. Di qui, la forza etica della nostra estetica. Io ne ho fatto, in questi termini, un’iniziativa in Vaticano, con cinque scuole, il titolo era “Caravaggio antimafia”.

In greco antico l’id della parola identità ha la stessa radice del verbo greco che significa «vedere». L’identità, quindi, è anche una cosa che si vede: «L'anima non pensa mai senza immagini» dice Aristotele, e secondo Platone «il filosofo dipinge immagini nell'anima». Attenzione: dipinge, non scrive.

Cosa significa, dunque, perdere la nostra estetica per salvare l’Europa? Ecco l’umanesimo: abbiamo un patrimonio inestimabile al quale appassionarci, cioè al quale credere, e credere significa estetica e disinnescare il nichilismo: ecco il riscatto dell’Europa unita, libera, dialettica in sé, che procede verso un fine di giustizia e libertà, cioè sì, di valorizzazione della personalità individuale, ma anche della comunità.

I dilemmi del nostro tempo richiedono questa iniziativa. Perché? Per non morire. Occasus, etimologia di Occidente, vuol dire tramonto. Vogliamo tramontare? Spero che questa brillante iniziativa dell’ateneo di Spalato e della facoltà produca un movimento. Io sono a disposizione. Vi ringrazio.


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